Archive for Marzo 2009
la bussola del lavoro
INTERVISTA | di Loris Campetti
La bussola del lavoro
«Il 4 aprile è un appuntamento importante. La manifestazione della Cgil può facilitare una percezione di massa della gravità della crisi e, dunque, l’assunzione politica della centralità del nodo del lavoro. Che è una precondizione per ricostruire un ostacolo al rischio di un’uscita da destra dalla crisi stessa. Il 4 aprile può segnare una svolta, un inizio della controffensiva e non certo una conclusione». Ne è talmente convinto, Mario Tronti, che sta preparando un appello rivolto agli intellettuali «formati e in formazione perché salutino con simpatia e partecipazione la protesta della Cgil. E siccome siamo nel tempo dei gesti simbolici, ne voglio fare uno anch’io schierando il Crs (Centro per la riforma dello stato, ndr) come promotore di un appello alle forze intellettuali, ai lavoratori della conoscenza, agli studenti a partecipare alla manifestazione dietro uno striscione che reciti: ‘la cultura con i lavoratori’». Da questa proposta a rompere il silenzio parte la conversazione con Tronti sulla sinistra, la cultura e il movimento operaio.
Iniziamo con la crisi, la sua natura e le risposte politiche in campo.
Il tema da sollevare con forza è il rapporto crisi-lavoro, e quanto la crisi pesi sui lavoratori in carne e ossa. Vedo una cosa strana: si è parlato molto di ciò che è e ciò che invece viene percepito – pensa solo al tema della sicurezza, a com’è stata gonfiata la paura nei confronti degli immigrati. Ora c’è un rovesciamento, la realtà è molto più drammatica di come viene percepita. E’ forte la percezione individuale della crisi da parte di chi vive in vicinanza con il mondo dei semplici. Nessuno sta più sicuro sul suo posto di lavoro, si è scavalcato il problema della precarietà di una parte perché essa conquista l’intero mondo del lavoro. La crisi ricade sulla vita quotidiana, nelle case, nelle famiglie, si vive male. Però manca la percezione pubblica, il tema non viene gridato. Lo schermo dell’informazione, quel che dice e quel che non dice, è decisivo.
Berlusconi dice agli italiani che devono lavorare di più, all’inizio di una crisi che cancella il lavoro si sono defiscalizzati gli straordinari.
È uno sgarbo nei confronti dei lavoratori, chiamati a lavorare e consumare di più. Ma non esplode la denuncia delle parti politiche, il tema non è assunto neanche da chi dovrebbe avere nel lavoro le sue radici. C’è una crisi mondiale del capitalismo ed è la prima volta che una crisi di tale intensità si manifesta senza il movimento operaio e il suo contrasto. È una novità rispetto al ‘29, quando una crisi magari ancora più profonda trovava in campo il movimento operaio internazionale che ha imposto l’uscita dalla crisi con il compromesso socialdemocratico sui temi classici, dal lavoro al welfare.
Però, mentre gli Usa rispondevano con il new deal e cresceva il conflitto per i diritti collettivi, in un’Europa divisa crescevano i fascismi, fino alla guerra.
Comunque la crisi ha fatto vedere la forza del movimento operaio che andava contrastata, prima con le concessioni e poi con la repressione. Quando la crisi è profonda, nessuno è in grado di contrastarla e c’è il rischio di uscite pericolose. Anche oggi: in mancanza di un’alternativa al sistema capitalistico passa il tentativo di salvataggio individuale, ognuno cerca per sé un’uscita dalla crisi. Un’opinione disorientata sceglie di affidarsi al sicuro, alle forze politiche che danno risposte populiste facili e accattivanti, o si cerca di attaccarsi ai rimedi del potere pubblico aspettando la ricetta miracolosa – si salvano le imprese e così si salva il lavoro.
Ma l’alternativa al modello capitalistico, come dici tu, non si vede…
È un momento delicato, preoccupa il silenzio delle forze di sinistra sulla natura della crisi e i pericolosi smottamenti che produce; con l’eccezione di qualche pezzo di sinistra radicale, il grosso del movimento è incapace di cogliere il momento che viviamo.
Persino nella sinistra radicale c’è la tentazione di assumere l’esistente come immutabile: c’è l’individuo e ci sono le moltitudini, via la classe non resterebbe che ripartire dall’individuo o, al massimo, dal territorio. Non dal lavoro.
Bella osservazione. In altri paesi, va detto, esplode la protesta di massa ma è più spontanea che diretta. Se la crisi pesa innanzitutto dal lavoro, è da lì che bisogna ripartire. O la sinistra ritrova il suo posto naturale al centro del sociale, dov’è il lavoro di uomini e donne, oppure non vedo la possibilità di una sua rinascita politica. Dentro la globalizzazione neoliberista è venuto avanti uno squilibrio pesante nella distribuzione della ricchezza a danno del lavoro dipendente. La sinistra e le forze della cultura ci si sono adagiate come se il processo fosse irreversibile, come se non si potesse fermare ma, al massimo, mitigare. Penso che la crisi del liberismo sia leggibile come crisi da lavoro, su cui certo si sono innestate le note vicende finanziarie. Va messa in discussione l’idea che la crisi nasca da una cattiva gestione del capitale. Con una lettura marxiana si può dire che la crisi è molto più materiale, legata al meccanismo classico produzione-distribuzione-consumo. Un bel tema, questo, da cui ripartire, il tema classico della sinistra che è il lavoro. Naturalmente il lavoro è cambiato, frantumato, difficile da rappresentare e organizzare. C’è bisogno di un di più di conoscenza della sua struttura, e di un di più di iniziativa politica. Se rimettessimo al centro questi temi, invece di scendere in campo armati a ogni parola del papa o alle buffonerie di Berlusconi, la sinistra potrebbe tornare in campo in modo riconoscibile.
Controriforma dei contratti, smantellamento del Testo unico sulla sicurezza, attacco al diritto di sciopero, sono gli addendi di un’operazione pericolosissima, non solo per i lavoratori dipendenti.
Per questo la manifestazione del 4 aprile diventa un passaggio strategico. Dobbiamo stringerci intorno alla Cgil, dimostrare che non è sola. E’ in sintonia con i lavoratori e c’è il dovere politico, non etico, delle forze intellettuali di stare dentro la mobilitazione. Fin qui gli intellettuali sono stati assenti, distanti, e questo è il motivo non ultimo della generale deriva culturale.
È la destra, oggi, ad avere l’egemonia culturale.
Il cambio di egemonia inizia negli anni Ottanta, e non è indifferente la responsabilità delle forze politiche e culturali di sinistra.
Inizia dalla sconfitta operaia nei 35 giorni a Mirafiori?
È partito tutto da lì. Sono cambiate le figure intellettuali, ma non sono scomparse in un magma imprecisato. Ci sono state manifestazioni positive nel campo dell’arte penso al cinema, al ritorno sullo schermo del lavoro. Ma si tratta di uno spiraglio nel buio. C’è un paradosso: la cultura è ancora a maggioranza di sinistra ma l’egemonia culturale è della destra. Forse perché spesso l’intellettuale di sinistra assume pulsioni di destra. Non c’è un ancoraggio al mondo del lavoro, senza cui non può esistere una cultura di sinistra. Gli orientamenti che emergono oggi incrociano lo smantellamento dei diritti dei lavoratori con una grave deriva istituzionale. Siamo al passaggio non contrastato al federalismo che è una tappa verso il presidenzialismo, perché più si articola la struttura federativa più si accentra il potere esecutivo. Dunque, le due battaglie, quella istituzionale e quella sul lavoro, vanno legate. Se non si impegneranno le forze culturali della sinistra, le forze politiche saranno travolte dai processi. La controffensiva può partire proprio il 4 aprile.
La crisi è mondiale, l’Italia non è un’isola. È difficile pensare a una battaglia paese per paese, o fabbrica per fabbrica.
Certo, e la crisi conferma la natura mondiale del capitale. La mondializzazione non poteva che creare un effetto a catena in un sistema integrato in cui il volo di una farfalla provoca un uragano dall’altra parte del mondo. In questo contesto è drammatica l’assenza di una forma internazionale del movimento operaio e di una sinistra internazionale, almeno ci fosse un sindacato europeo. È impressionante il silenzio delle forze politiche che hanno cantato i tempi moderni: dov’è, che dice il Partito socialista europeo? Perché si riuniscono i G8 e i G20 senza che prima i partiti di sinistra si siano incontrati per elaborare un orientamento comune sulla risposta da dare alla crisi? E’ questo vuoto che rende drammatica la situazione. Non so se è vero che l’Italia e la sua finanza siano più protette come ci si dice, so che la crisi colpisce ovunque, soprattutto il nostro campo, quello del lavoro che siamo chiamati a difendere. So dunque che dal lavoro dobbiamo ripartire.
Lavoro sociale: racconti di esperenze concrete per una "sicurezza" possibile
Vorrei provare ad approcciare il tema della sicurezza, o meglio della deriva politico-culturale che sta provocando l’estremismo securitario, partendo dal mio essere operatore, e per questo iniziando con il racconto di due brevi esperienze di lavoro sociale
La prima storia ha a che fare con il tema delicato della prostituzione e della tratta e delle conflittualità che spesso nascono tra cittadinanza e persone prostitute. Qualche mese fa un comitato di cittadini di Gianturco (quartiere dell’area a nord di Napoli fortemente interessato dal fenomeno prostituzione di strada) propone le “ronde” per “cacciare le prostitute, i transessuali e i froci dalla strada”. Come cooperativa, attiva da tempo nei servizi di tutela e supporto alle persone vittime di tratta e più in generale coinvolte nella prostituzione, chiediamo con urgenza un incontro con i referenti del comitato. Ne nasce una discussione lunga, all’inizio segnata da diffidenze e pregiudizi. Da parte nostra comunichiamo con nettezza la nostra contrarietà alle ronde, ma diamo una disponibilità sincera a collaborare per comprendere e per tentare di risolvere i problemi. Primo passo di tale disponibilità è la decisione di uscire la sera per il quartiere con loro per un osservazione condivisa e ragionata sulle dinamiche e sugli elementi di conflitto. Insomma, chiediamo ai cittadini e alle cittadine di farci vedere il quartiere con i loro occhi visto che noi siamo abituati a guardarlo dal punto di vista degli operatori.
I problemi che emergono sono i soliti. Non è tanto la presenza in strada delle prostitute a dar fastidio, ma alcuni comportamenti loro o comunque connessi al fenomeno: gli schiamazzi fino a tarda notte; i rapporti sessuali consumati in luoghi troppo visibili agli estranei; i preservativi usati gettati a terra in luoghi di passaggio e così via. Ma viene anche fuori che il degrado del quartiere, almeno quello profondo, quello che fa male e rende la vita difficile, non è dovuto alla prostituzione ma alla mancanza di servizi, ai rifiuti diffusi ovunque, alla mancanza di marciapiedi, al traffico assordante, ad una presenza “attenta” e invasiva della criminalità organizzata.
In ogni caso decidiamo con i cittadini di organizzare un incontro con le associazioni di auto-rappresentanza delle persone transessuali e con gli operatori di strada. Dall’incontro escono due proposte: si preparano materiali informativi per chiedere a chi si prostituisce o è costretto a farlo di provare a limitare o eliminare quegli elementi di disturbo per la cittadinanza sopra descritti; si decide di sondare attraverso un tavolo istituzionale di sperimentare uno zoning in strade a bassa conflittualità sociale.
Risultato: le ronde non sono mai partite. I cittadini e le persone prostitute vivono più tranquilli. Nel quartiere si stanno avviando alcuni servizi, grazie al lavoro congiunto di associazioni, cittadinanza, municipalità. Certo, le contraddizioni e le debolezze sono ancora molte, la convivenza pacifica tra differenti continua a muoversi su equilibri precari che hanno bisogno di cure costanti, ma è altrettanto vero che in qualche modo potenziali nemici si sono conosciuti, si sono parlati e hanno provato a fare una piccola alleanza per vivere meglio, confrontandosi in modo paritario e rendendosi disponibili ad abitare insieme un luogo di mediazione .
Seconda storia. L’altra settimana due minori stranieri non accompagnati vengono fermati ad un semaforo dalla polizia municipale e portati in modo coercitivo in una “comunità”. Passano due giorni e i ragazzi scappano, calandosi dalla finestra al primo piano. Appena fuori e recuperato un cellulare telefonano ad un mediatore culturale della cooperativa per chiedere se a causa dell’assenza di due giorni erano stati espulsi dal laboratorio di alfabetizzazione finalizzato all’ottenimento della licenza media. Morale: da un servizio non voluto, obbligato e repressivo si scappa mentre da un altro, scelto, condiviso, ritenuto utile e compatibile con il proprio percorso migratorio si ha paura di essere stati cacciati (per altro e a conferma che solo la condivisione rende utilizzabili i servizi, in questo momento più di 40 minori hanno deciso di abbandonare la strada, di stare in comunità, di seguire percorsi altri di formazione e inserimento lavorativo)
Due brevi storie, ma significative. Storie in cui il confronto tra differenti, tra inclusi ed “esclusi” diventa elemento che alza la qualità del vivere e produce sicurezza; dove le persone, indipendentemente da condizione, volontà e possibilità, sono riconosciute in primo luogo come portatrici di diritti, di bisogni e aspettative; dove il conflitto non viene nascosto ma allo stesso tempo non strumentalmente esasperato nella spasmodica ricerca di consenso ma invece collocato e accompagnato in un ambito di mediazione; dove i servizi sociali, al di là degli elementi più specifici e tecnici, diventano strumenti di proposte e “cambiamento”, capaci di far incontrare i potenziali nemici per provare a trasformarli in alleati o quantomeno in “pacifici e tolleranti vicini di casa”
Come le nostre in Italia ci sono centinaia di altre esperienze di lavoro sociale positive e forti.
Associazioni, cooperative, forme di auto-organizzazione sociale dal basso che dentro ai territori, sporcandosi le mani, hanno provato a lavorare con gli ultimi e i senza voce promuovendo e tutelando diritti, provando a garantire pari opportunità. Esperienze che tra mille difficoltà hanno provato a costruire partecipazione e relazioni solidali nei luoghi del disagio e delle contraddizioni urbane, provando a sostituire convivenza e accoglienza al conflitto e all’esclusione. Pratiche quotidiane che, in molti casi, hanno restituito visibilità e cittadinanza a persone a cui spesso è negato anche il diritto di appartenere all’umanità.
Un universo del “fare” che ha messo insieme saperi, competenze, racconti e memorie che dimostrano come sia possibile costruire sicurezza anche attraverso il riconoscimento dei diritti, la promozione di opportunità, il rafforzamento dei sistemi di welfare, la mediazione sociale e dei conflitti.
Spazi concreti dove si costruiscono identità positive centrate sulla persona. Dove si pratica una dimensione della politica, fondata sullo stretto legame con le pratiche, fortemente radicata nel territorio, capace di farsi carico del quotidiano, coraggiosa perché in grado di non rifiutare il conflitto, l’odore acre e l’umidità che spesso hanno le relazioni tra donne e uomini nelle fatiche di ogni giorno.
C’è il bisogno urgente che tutto questo trovi le forme e i luoghi per poter contare di più, per rispondere in modo adeguato a quella deriva autoritaria e dispotica che da un lato sempre più contamina e annulla la nostra democrazia e, d’altra parte, in nome di una presunta sicurezza, non fa altro che produrre paura, disuguaglianza e disperazione diffusa.
Andrea Morniroli
Cooperativa sociale Dedalus di Napoli
Lavoro sociale: racconti di esperenze concrete per una "sicurezza" possibile
Vorrei provare ad approcciare il tema della sicurezza, o meglio della deriva politico-culturale che sta provocando l’estremismo securitario, partendo dal mio essere operatore, e per questo iniziando con il racconto di due brevi esperienze di lavoro sociale
La prima storia ha a che fare con il tema delicato della prostituzione e della tratta e delle conflittualità che spesso nascono tra cittadinanza e persone prostitute. Qualche mese fa un comitato di cittadini di Gianturco (quartiere dell’area a nord di Napoli fortemente interessato dal fenomeno prostituzione di strada) propone le “ronde” per “cacciare le prostitute, i transessuali e i froci dalla strada”. Come cooperativa, attiva da tempo nei servizi di tutela e supporto alle persone vittime di tratta e più in generale coinvolte nella prostituzione, chiediamo con urgenza un incontro con i referenti del comitato. Ne nasce una discussione lunga, all’inizio segnata da diffidenze e pregiudizi. Da parte nostra comunichiamo con nettezza la nostra contrarietà alle ronde, ma diamo una disponibilità sincera a collaborare per comprendere e per tentare di risolvere i problemi. Primo passo di tale disponibilità è la decisione di uscire la sera per il quartiere con loro per un osservazione condivisa e ragionata sulle dinamiche e sugli elementi di conflitto. Insomma, chiediamo ai cittadini e alle cittadine di farci vedere il quartiere con i loro occhi visto che noi siamo abituati a guardarlo dal punto di vista degli operatori.
I problemi che emergono sono i soliti. Non è tanto la presenza in strada delle prostitute a dar fastidio, ma alcuni comportamenti loro o comunque connessi al fenomeno: gli schiamazzi fino a tarda notte; i rapporti sessuali consumati in luoghi troppo visibili agli estranei; i preservativi usati gettati a terra in luoghi di passaggio e così via. Ma viene anche fuori che il degrado del quartiere, almeno quello profondo, quello che fa male e rende la vita difficile, non è dovuto alla prostituzione ma alla mancanza di servizi, ai rifiuti diffusi ovunque, alla mancanza di marciapiedi, al traffico assordante, ad una presenza “attenta” e invasiva della criminalità organizzata.
In ogni caso decidiamo con i cittadini di organizzare un incontro con le associazioni di auto-rappresentanza delle persone transessuali e con gli operatori di strada. Dall’incontro escono due proposte: si preparano materiali informativi per chiedere a chi si prostituisce o è costretto a farlo di provare a limitare o eliminare quegli elementi di disturbo per la cittadinanza sopra descritti; si decide di sondare attraverso un tavolo istituzionale di sperimentare uno zoning in strade a bassa conflittualità sociale.
Risultato: le ronde non sono mai partite. I cittadini e le persone prostitute vivono più tranquilli. Nel quartiere si stanno avviando alcuni servizi, grazie al lavoro congiunto di associazioni, cittadinanza, municipalità. Certo, le contraddizioni e le debolezze sono ancora molte, la convivenza pacifica tra differenti continua a muoversi su equilibri precari che hanno bisogno di cure costanti, ma è altrettanto vero che in qualche modo potenziali nemici si sono conosciuti, si sono parlati e hanno provato a fare una piccola alleanza per vivere meglio, confrontandosi in modo paritario e rendendosi disponibili ad abitare insieme un luogo di mediazione .
Seconda storia. L’altra settimana due minori stranieri non accompagnati vengono fermati ad un semaforo dalla polizia municipale e portati in modo coercitivo in una “comunità”. Passano due giorni e i ragazzi scappano, calandosi dalla finestra al primo piano. Appena fuori e recuperato un cellulare telefonano ad un mediatore culturale della cooperativa per chiedere se a causa dell’assenza di due giorni erano stati espulsi dal laboratorio di alfabetizzazione finalizzato all’ottenimento della licenza media. Morale: da un servizio non voluto, obbligato e repressivo si scappa mentre da un altro, scelto, condiviso, ritenuto utile e compatibile con il proprio percorso migratorio si ha paura di essere stati cacciati (per altro e a conferma che solo la condivisione rende utilizzabili i servizi, in questo momento più di 40 minori hanno deciso di abbandonare la strada, di stare in comunità, di seguire percorsi altri di formazione e inserimento lavorativo)
Due brevi storie, ma significative. Storie in cui il confronto tra differenti, tra inclusi ed “esclusi” diventa elemento che alza la qualità del vivere e produce sicurezza; dove le persone, indipendentemente da condizione, volontà e possibilità, sono riconosciute in primo luogo come portatrici di diritti, di bisogni e aspettative; dove il conflitto non viene nascosto ma allo stesso tempo non strumentalmente esasperato nella spasmodica ricerca di consenso ma invece collocato e accompagnato in un ambito di mediazione; dove i servizi sociali, al di là degli elementi più specifici e tecnici, diventano strumenti di proposte e “cambiamento”, capaci di far incontrare i potenziali nemici per provare a trasformarli in alleati o quantomeno in “pacifici e tolleranti vicini di casa”
Come le nostre in Italia ci sono centinaia di altre esperienze di lavoro sociale positive e forti.
Associazioni, cooperative, forme di auto-organizzazione sociale dal basso che dentro ai territori, sporcandosi le mani, hanno provato a lavorare con gli ultimi e i senza voce promuovendo e tutelando diritti, provando a garantire pari opportunità. Esperienze che tra mille difficoltà hanno provato a costruire partecipazione e relazioni solidali nei luoghi del disagio e delle contraddizioni urbane, provando a sostituire convivenza e accoglienza al conflitto e all’esclusione. Pratiche quotidiane che, in molti casi, hanno restituito visibilità e cittadinanza a persone a cui spesso è negato anche il diritto di appartenere all’umanità.
Un universo del “fare” che ha messo insieme saperi, competenze, racconti e memorie che dimostrano come sia possibile costruire sicurezza anche attraverso il riconoscimento dei diritti, la promozione di opportunità, il rafforzamento dei sistemi di welfare, la mediazione sociale e dei conflitti.
Spazi concreti dove si costruiscono identità positive centrate sulla persona. Dove si pratica una dimensione della politica, fondata sullo stretto legame con le pratiche, fortemente radicata nel territorio, capace di farsi carico del quotidiano, coraggiosa perché in grado di non rifiutare il conflitto, l’odore acre e l’umidità che spesso hanno le relazioni tra donne e uomini nelle fatiche di ogni giorno.
C’è il bisogno urgente che tutto questo trovi le forme e i luoghi per poter contare di più, per rispondere in modo adeguato a quella deriva autoritaria e dispotica che da un lato sempre più contamina e annulla la nostra democrazia e, d’altra parte, in nome di una presunta sicurezza, non fa altro che produrre paura, disuguaglianza e disperazione diffusa.
Andrea Morniroli
Cooperativa sociale Dedalus di Napoli
una scuola per bene
è davvero inquietante che in una scuola della Napoli bene dilaghino indifferenti l’ignoranza e il razzismo. Ma perchè dobbiamo andarcene noi da questa nostra città? E’ possibile che i genitori di questa scuola non capiscano quanto sia importante impegnarsi per assicurare che domani a scuola ci siano tutti?
aggiornamento: “ma per fortuna che c’è il Riccardo”, diceva una canzone del buon Giorgio. Per fortuna che ci sono persone e risposte come questa e più in generale racconti ed esperienze come queste.
giornata nera
Non è tanto il motore acceso dell’incenerimento ma la dissoluzione velata di ogni notizia sul dissenso nel principale organo di stampa della città, il quotidiano Il Mattino, che scotta alla nostra democrazia e incancrenisce gli animi. Oggi.
Mercoledì pomeriggio ore 16,30 concentramento piazza duomo acerra con tutte le realtà per corteo – giovedì ore 10 presidio da piazza castello acerra, tutti vestiti a lutto, donne se possibile con fazzoletto nero in testa e maschere che allego. devono stamparle fare i buchi e mettere un elastico.
il link alla maschera in dimensioni reali per chi vuole partecipare, e vestirsi a lutto, e indossare questo simbolo di morte civile.
ps scusate l’aggiornamento con correzione doverosa: per fortuna l’altra stampa cittadina del dissenso ne parla, soprattutto grazie al Vescovo di Acerra, ma è già qualcosa.
settimana acerrima, acerrima maschera
le iniziative previste ad Acerra in vista dell’apertura dell’inceneritore
il link alla maschera in dimensioni reali per chi vuole partecipare, e vestirsi a lutto, e indossare questo simbolo di morte civile.
ps ma le maschere sono solo per le donne?
ppss …intanto il Governo istituisce l’osservatorio…
arcobaleni di diritti
l’etica libera la bellezza
La Dedalus e i cantieri sociali saranno presenti alla manifestazione
di sabato 21 a Napoli organizzata da Libera in occasione della
giornata nazionale in memoria di tutte le vittime di Mafia.
La presenza sarà caratterizzata da:
una grande piovra in gomma piuma che cerca di catturare le cose
positive, ideata e costruita in gomma piuma dai ragazzi del
laboratorio interculturale “nanà”;
uno striscione portato da bimbi e bimbe;
la diffusione delle magliette “clandestino di Carta”;
La presenza, in primis, sarà dedicata alla memoria di Joy, prostituta
nigeriana morta a bari di tbc non curata perchè aveva paura di essere
denunciata se andava in ospedale
Tutte le informazioni sulla manifestazione nel sito di Libera (da cui è tratto anche lo spot)
come un uomo sulla terra
Per la prima volta in un film la voce diretta dei migranti africani sulle brutali modalità con cui la Libia controlla i flussi migratori, per altro con grandi finanziamenti di Italia ed Europa.
Ne discutono fra gli altri: Tonio dell’Olio – Ass. Libera; Alessandro Triulzi – Storico dell’Africa – “Università di Napoli L’Orientale”; Luciana del Fico – UIL Campania; Andrea Morniroli – Cantieri sociali; Enrico Rebeggiani – Facoltà di Sociologia; Giustina Orientale Caputo – Facoltà di Sociologia; Lassaad Azzabi – Coop. Dedalus; Jamal Qaddorah – CGIL Campania. Introduce e coordina Elena de Filippo – Facoltà di Sociologia
Io curo non denuncio…. ancora di più

per chi non avesse ancora aderito all’appello “Io curo non denuncio” o avesse bisogno di ulteriori informazioni per decidersi, ecco le ultime notizie sulle norme del decreto sicurezza che riguardano la denuncia dei malati e l’accesso degli immigrati agli atti civili, come ad esempio la registrazione della nascita di un figlio…
Ricordo che per aderire basta mandare una mail a iocuronondenuncio@yahoo.it oppure telefonare al 081 – 787.73.33 (coop. Dedalus, chiedere di Marta o Valentina) o al 081/787.20.37 (Consorzio Gesco chiedere di Paola Improta o Teresa Attademo)

