Archive for Dicembre 2008
Pistoia 10/11 gennaio
PISTOIA 10/11 GENNAIO 2009
DALLE COMUNITA’ RESISTENTI ALLA SOVRANITA’ TERRITORIALE DAL BASSO – PER LA MESSA IN COMUNE
Incontro seminario
Alle comunit‡ resistenti, alle realt‡ attive contro la guerra e contro le basi militari, ai comitati popolari e ai gruppi che lottano per la difesa della salute e dei beni comuni, contro lo spreco energetico, contro l’ insensato rilancio del “nucleare”, contro la svendita al libero mercato e le conseguenti liberalizzazioni e privatizzazioni di beni fondamentali per la vita e per l’ abitare (acqua, terre, cibo sano, energia, materiali postproduzione e post-consumo, casa), alle reti nazionali e a quanti sono impegnati nelle lotte salute/ambiente/territorio e per la sicurezza nei
luoghi di lavoro:
Patto Mutuo Soccorso, Migranti, Movimento italiano per l’ acqua, Medici per l’ ambiente Rete Nazionale Rifiuti Zero, Rifiuti Zero Campania (Acerra, Chiaiano, Napoli, Salerno, Serre), Coordinamento dei comitati no incenerimento toscani, liguri, calabresi, siciliani, piemontesi, lombardi, emiliani; NO Centrali, NO Coke Civitavecchia, NO TAV Valdisusa, NO TAV terzo valico dei Giovi, NO TAV Mugello e nodo fiorentino, NO TAV Corridoio 5, NO TAV Trentino, NO Mose, NO Dal Molin, Coordinamento contro gli F35, NO Camp Darby, NO Elettrosmog, Associazione Esposti Amianto, NO Ogm, NO Ponte sullo stretto, Medicina Democratica, Forum Ambientalista, realt‡ che si organizzano contro il rilancio del nucleare, Movimento degli studenti (Onda anomala), realt‡ rurali e contadine (RIVE, CIR, Foro Contadino)
che chiedono sovranit‡ alimentare e nuove demanialit‡ civiche, sindacati di base..
La proposta che vi facciamo Ë quella di un confronto reale, aperto e ancorato alla concretezza – a partire dalle proposte alternative maturate nei territori – per cominciare a costruire il passaggio dalle resistenze alle ri-appropriazioni, dalle mille vertenze sui territori alla costruzione di forme di messa in comune dei beni fondamentali, degli spazi, delle citt‡, alla costruzione di modalit‡ di sovranit‡ territoriali dal basso.
Dal superamento del localismo, a nuove geografie e relazioni, anche mentali, tra locale e globale, alle lotte per il reddito e per le garanzie sociali, per invertire la rotta e costruire un nuovo interesse collettivo
NON SI TRATTA DI COSTRUIRE UNA RETE DI RETI, NE’ DI DAR VITA A UNA QUALCHE STRUTTURA AUTONOMA SGANCIATA DAI CONFLITTI E DALL’ ESPERIENZA DELLE COMUNITA’ RESISTENTI.
SI TRATTA, INVECE, DI AVVIARE UN PERCORSO DI RAFFORZAMENTO DEI DIFFERENTI MOVIMENTI, DELLE TANTE VERTENZE, DEI TANTI “CONFLITTI PROGETTUALI” (vale a dire quei conflitti che uniscono le resistenze e le lotte alle proposte e alla prefigurazione di altre
modalità di esistenza e di abitare i territori e le citt‡).
Non vogliamo che l’ incontro di Pistoia sia un insieme di resoconti di lotte pur importanti e spesso esaltanti, ma uno scambio di proposte e di azioni comuni, volte alla connessione di iniziative e alla costituzione di uno spazio politico aperto e capace di una continua fertile evoluzione.
SI TRATTA DI CONFRONTARCI – ANCHE – NELLO SPECIFICO DELLE PRATICHE : FORME DI MOBILITAZIONI, DI INTERVENTO, DI INIZIATIVE E DI PROPOSTE ALTERNATIVE.
Si tratta di avviare un confronto a partire dalle esperienze concrete, armate/i dalla consapevolezza che Ë necessario, per l’ insieme del movimento, avviare una riflessione approfondita sul senso e sul significato delle lotte e dei “conflitti progettuali” in atto, sulle loro potenzialità e sui loro difetti/limiti al fine di poter giungere alla comprensione delle possibilit‡ più o meno radicali di cambiamento dell’esistente che queste esperienze portano in seno: la spinta autogestionaria, l’ autorganizzazione, la difesa dell’ autonomia dei soggetti sociali e delle comunit‡ resistenti, la difficoltà che trova il potere nel riassorbire le criticità che questi movimenti innescano e le potenzialità di cambiamento che ne discendono; le capacità che i movimenti hanno di creare sapere condiviso; il palese superamento, in alcuni ambiti, del concetto di democrazia rappresentativa a favore delle pratiche – cariche di potenzialità positiva- di democrazia diretta.
In questi mesi, per preparare l’ incontro di Pistoia, ci siamo confrontati con molte delle comunità resistenti, con le reti, abbiamo partecipato agli importanti incontri nazionali di Brindisi (Medicina Democratica) e di Aprilia (Forum italiano dei Movimenti per l’ Acqua).
Proposta di organizzazione dell’ incontro
Prima giornata SABATO 10 GENNAIO ore 14/19
Breve presentazione delle ragioni e dei possibili obiettivi dell’ incontro
1)Comunità resistenti e conflitti sul territorio: nuove sfide poste dall’instabilit‡ strutturale della globalizzazione neoliberista, dalle crisi energetica, alimentare, finanziaria ed economica, dalla dissuasione alle resistenze e alle proposte alternative fino al controllo militare delle città e dei siti di impianti e infrastrutture per imporle alle popolazioni;
2)Dalle resistenze, alla ri-appropriazione e alla sovranità territoriale dal basso. Ripotenziamento dei conflitti progettuali: superamento della “forma stakeholder” dei comitati e delle posizioni identitarie e securitarie; messa in comune e paradigma bioeconomico per un nuovo abitare.
Seconda giornata DOMENICA 11 GENNAIO ore 9/16
1)Connessione delle campagne/vertenze esistenti con caratteri comuni:
- difesa beni comuni collettivi,
- difesa della salute come conflitto centrale (habeas corpus); contro le nocività (produzioni sporche, incenerimento rifiuti, emissioni dannose, inquinamento acqua e aria); diritto alla salute e sanità pubblica;
- No alla combustione : nei cicli produttivi, nel trattamento dei materiali post-produzione e post-consumo, nella scelta del capitale multinazionale di bruciare prodotti agricoli per ottenere calore/energia (agrocombustibili, incenerimento frazione organica dei rifiuti);
- vertenza autoriduzione, boicottaggi, azioni risarcitorie: tariffa acqua, tariffa rifiuti (TIA, TARSU), CIP 6 che ha finanziato, attraverso la bolletta elettrica, fonti energetiche assolutamente non rinnovabili (rifiuti) o la gestione delle scorie nucleari e programmi nucleari fuori dal territorio nazionale;
- ripubblicizzazione dei servizi locali : multiutilities acqua, energia, gas, rifiuti; forme di oligopolio e aziende miste pubblico-privato;
2)Avvio di campagne/vertenze comuni con obiettivi specifici;
3)Eventuale costruzione di relazioni tra movimenti rurali e movimenti della Metropoli per la difesa del comune interesse alla sopravvivenza (è pensabile una via campesina anche nel nostro paese?)
4)Costruzione di momenti unificanti su un tema determinato o incontri regionali, transregionali o nazionali secondo l’ oggetto della vertenza, della lotta, della proposta. Tali incontri dovrebbero essere in quelle realtà territoriali che vedono un conflitto in atto, in modo da esercitare solidarietà e avviare una crescita comune collegata alle vertenze.
L’ incontro avrà carattere assembleare, con interventi riferiti allo specifico argomento in scaletta, sia il sabato che la domenica. Alla conclusione della due giorni potremmo provare a scrivere una stringata Carta di Intenti delle connessioni e dei coordinamenti possibili e condivisi.
Siamo entrati in una nuova epoca. Un’ epoca nella quale si è resa evidente l’ enorme distruzione della ricchezza pubblica e dei beni collettivi che sono sempre stati la base indispensabile della vita e dell’ organizzazione sociale umana.
La recessione economica economica non è la fine di un ciclo al quale segue la ripresa: si tratta piuttosto di una crisi strutturale, una crisi originata tanto dall’ ideologia neoliberista del primato del Mercato e del privato, quanto dall’ esplosione delle relazioni uomo/societ‡/natura costruite dal capitale globale. L’aumento dei costi medi delle fonti energetiche e delle materie prime, i costi della guerra, la girandola dei debiti finanziari hanno accresciuto enormemente i costi di riproduzione della societ‡. E tempi ancora più duri ci aspettano : possibili guerre per ottenere l’ egemonia sul globo che l’Occidente si prepara a sostenere nella forma multipolare del comando, nel passaggio emblematico tra Bush e Barack Obama; una forte compressione dei bisogni e delle forme di riproduzione delle popolazioni.
Naturalmente non è la fine della globalizzazione, casomai il passaggio ad una sua nuova forma che faccia i conti con l’ intrecciarsi delle sue crisi strutturali: energetica, alimentare, ecologica, economica, della Metropoli quale sistema insediativo ad alta dissipazione energetica e sociale. E anche con la profonda crisi delle forme di governo, sia quelle statali che quelle globali (FMI, Banca Mondiale, WTO…).
Il Movimento, le comunità resistenti, le reti di comitati popolari rispondono rilanciando l’ attualità della liberazione dal bisogno, dalla povertà, dalle nocività, dalla precarietà dell’ esistenza e il bisogno di libertà.
Rispondono lavorando alla costruzione di uno spazio politico comune di democrazia compiuta e estesa a tutti gli aspetti e a tutte le relazioni dell’ esistenza, a principiare dalla salute, dalla difesa della biodiversità e delle relazioni ecologiche, dalle relazioni tra diversi per genere, etnia, cultura.
Uno spazio politico comune basato sull’autonomia dei movimenti e delle comunità, estraneo alle dinamiche perverse della rappresentanza.
Un luogo mentale e politico che avvii processi di produzione del comune, di economie della solidarietà basata sulle ragioni dell’ecologia e non su quelle del Mercato (bioeconomia) e di nuove sovranità territoriali dal basso.
Proveniamo da molte origini e da differenti discendenze politico- culturali.. Abbiamo collettivamente sedimentato molteplici esperienze, saperi, pratiche.
La nuova epoca è anche una nuova opportunità di liberazione. L’ incontro/confronto di Pistoia Ë solo un momento di un processo più ampio.
Costruire insieme la necessità del comune, anche come rinnovato interesse pubblico, una dimensione che alluda ad una sorta di demanialità civiche collettive e che ribadisca il rifiuto delle nocività sanitarie e sociali e della precarietà, il rifiuto della guerra. L’ orizzonte essendo un reale ripotenziamento dell’ insieme dei movimenti e la pratica della democrazia diretta relativa alla messa in comune.
LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO, hanno detto per primi gli studenti, non vogliamo pagarla con la privatizzazione del sapere, la riduzione della ricerca, la subordinazione di scuola ed universit‡ alle esigenze del Mercato e del sistema produttivo;
LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO dicono le comunità resistenti, i comitati popolari, i presidi, il movimento dell’ acqua e quello Rifiuti Zero, il movimento antinucleare, non vogliamo pagarla con l’ aumento delle nocività, l’ attacco alla salute, la privatizzazione dei servizi locali e l’aumento delle tariffe con le quali paghiamo di tasca nostra il finanziamento di impianti dannosi e costosi (rigassificatori, inceneritori, discariche, centrali a carbone……..);
LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO DICONO I LAVORATORI, non vogliamo pagarla con licenziamenti, azzeramento delle tutele a cominciare dalla sicurezza che producono un numero inaccettabile di morti sul lavoro, con la riduzione delle condizioni di esistenza;
LA VOSTRA CRISI NON LA PAGHIAMO dicono i precari, in quanto non vogliamo la precarietà come modalità di esistenza e delle relazioni sociali.
NON VOGLIAMO LA MILITARIZZAZIONE DEL TERRITORIO PER IL CONTROLLO DELLE RISERVE E DEI BENI COMUNI, DEI SITI DI IMPIANTI E DI INFRASTRUTTURE. NON VOGLIAMO LA MILITARIZZAZIONE DEI PROBLEMI LA CRIMINALIZZAZIONE DELLE RESISTENZE.
VOGLIAMO PRENDERCI LO SPAZIO PUBBLICO PER ESERCITARE I NOSTRI “CONFLITTI PROGETTUALI” , CONFLITTI CHE CI HANNO PORTATO A PROPOSTE CONCRETE E CONCRETAMENTE REALIZZABILI SE SOLO PREVALESSE L’ INTERESSE PUBBLICO E NON QUELLO DELLE CORPORAZIONI ECONOMICHE E
FINANZIARIE : RIFIUTI ZERO E NO INCENERITORI E DISCARICHE, NO ALLA PRIVATIZZAZIONE DEI SERVIZI LOCALI E DELL’ ACQUA, SI’ ALLA RIAPPROPRIAZIONE SOCIALE DELL’ ACQUA E DEI BENI COMUNI, LORO GESTIONE PARTECIPATA DEI CITTADINI, LORO CURA E CONSERVAZIONE PER
LE GENERAZIONI FUTURE.
QUINDI VOGLIAMO UNA DEMOCRAZIA COMPIUTA E DIRETTA.
Collettivo Liberate gli Orsi, Pistoia
Assemblea ex Presidio Giulio Maccacaro per la chiusura dell’ inceneritore di Montale
Info e contatti : Fabrizio : faber.b@libero.it 0573/29720 ; Francesco f.scire1@virgilio.it Marco 320 1537907 Roberto 338 7334659
Dobbiamo predisporre l’ accoglienza: inviateci quindi le adesioni per la partecipazione in tempi rapidi.
Nidi di mamme
Un regalo del Sindaco: richiudono i nidi di mamme
Giovanni Laino
Il 19 Dicembre sarà l’ultimo giorno delle otto sezioni dei Nidi di Mamme che il Comune realizza ormai da nove anni a Montecalvario e da sette anni a San Giovanni e Barra. A gennaio questi nidi non riapriranno e ci vorranno mesi per ripartire, ammesso che non vi saranno altre sorprese. Restano a casa 170 bambini che erano anche beneficiari di un sofisticato protocollo di prevenzione sociale, 50 mamme coadiuvanti che percepivano così un sostegno al reddito fornendo un servizio di utilità pubblica, oltre a tre coordinatrici, 16 educatrici, sei operatori sociali, quattro psicologhe e due esperte di supervisione. Il tutto con un costo medio di 150 euro settimanali per bambino, l’uso gratuito di aule di quattro scuole cittadine che così sono meglio valorizzate nei quartieri di riferimento e la copertura degli interessi passivi da parte delle associazioni attuanti. Il progetto che come sempre a Napoli, anche in presenza di valutazioni lusinghiere da parte degli amministratori pubblici, non è stato trasformato in servizio, rappresenta, pur con limiti e necessarie revisioni, una azione modello che risponde bene agli obiettivi di servizio secondo cui a Napoli e in Campania, il numero di posti per bambini in nidi e asili dovrebbe decuplicare. Il dispositivo costituisce anche uno dei pochi tentativi di sollecitare le persone in condizioni di povertà, per la loro attivazione, che è frontiera della più evoluta metodologia di lavoro sociale verso un possibile workfare dell’Europa meridionale. Si tratta di una delle ricorrenti crisi del progetto che non hanno mai chiarito il destino di questa politica pubblica, che da anni è finanziata con fondi girati dalla Regione al Comune. Nelle dichiarazioni dell’Assessora De Felice, come della Sindaca e dell’Assessora comunale alle pari opportunità, Valeria Valente, il dispositivo merita certamente un futuro, i fondi ci sono ma di fatto il Comune risulta incapace di costruire le procedure per evitare periodiche crisi. Gli stessi soldi per il 2008, che il Comune ha incassato dalla Regione ad Aprile sono stati girati ai tre enti attuatori – selezionati con gara pubblica – solo per il 40% in agosto, anche se ormai tutto è stato fatto. Evidentemente il Comune usa diversamente i soldi destinati ai Nidi.
Il progetto ha avuto risonanza mediatica, in giornali e televisioni di livello nazionale, raccogliendo apprezzamenti di ministri e del Governatore regionale, con materiali che si trovano anche in rete. La questione non è però solo quella di restare indignati per l’ennesimo ritardo, i possibili tagli, le inerzie, la disattenzione sul lavoro fatto. Qui vi è il paradosso che la volontà politica dichiarata con forza, la disponibilità dei fondi, l’apprezzamento per gli esiti non valgono nulla rispetto all’imperizia, alla trascuratezza, all’approssimazione che Sindaco, Assessore e dirigenti rivelano. Nidi di Mamme, che ha ispirato iniziative analoghe in altri comuni, è un caso emblematico di come nelle poche politiche integrate avviate a Napoli si produce inefficienza ed inefficacia, con significativi costi sociali, demotivando le persone, abbattendone la fiducia. L’incompetenza amministrativa, prodotto evidente di inidoneità dei responsabili, produce una condizione in cui non è possibile lavorare secondo un progetto sensato, con una valutazione rigorosa, elaborando un modello sostenibile che potrebbe essere il vanto delle politiche sociali della città. Certo il contesto è difficile. Ma le attenuanti ormai sono insignificanti rispetto alla superficialità e alla incapacità manifesta. Nel tempo alcuni di noi, implicati come responsabili delle organizzazioni del terzo settore attuanti questi progetti, siamo stati trattati come questuanti, costretti a segnalare, sollecitare, stimolare, raccogliendo il messaggio non tanto implicito: “non disturbate il manovratore che ha molto da fare e già ha predisposto le idonee soluzioni”. Per ora, a Natale, buona parte delle lavoratrici se ne vanno a casa senza soldi e le mamme dei bambini dovranno arrangiarsi a sistemare da gennaio i loro figli. Il rischio era noto da un anno ma gli amministratori napoletani hanno ben poca dimestichezza con alcuni contenuti di base della pianificazione. Ma il danno più grave è la dissipazione di un capitale che questi esponenti della classe dirigente sono incapaci di valorizzare al di fuori di retoriche e impegni di circostanza. Il dato che Nidi di Mamme è stato trattato meglio di diversi altri progetti, è solo ulteriore indizio di quanto è compromessa la situazione.
CARTA e noi
Senza Carta non c’è Arcipelago Napoli,
non sarebbe mai nato questo spazio web che più di 4.000 internauti hanno visitato e che vive a gratis e può spendere solo se stesso. Un regalo per il nostro settimanale lo chiediamo a tutte le amiche e gli amici che ci vogliono bene.
Grazie e buoni giorni di festa.
Il gioco è sfatto
Sulla repubblica di oggi si legge un titolo “ROSSI-DORIA E LA SFIDA DEL SOCIALE ORGANIZZATO” che fa subito pensare ad una prospettiva, se non addirittura ad un annuncio di un accordo elettorare che ovviamente NON ESITE E NON PUO’ ESISTERE. Il pezzo di Lucio Iaccarino propone una riflessione e una sollecitazione a fare qualcosa del genere, spiegandone accuratamente le ragioni. Ma mostra di non aver del tutto compreso cosa vuole essere Segnali di Fumo, e nemmeno il messaggio lanciato da Marco, Aldo Policastro, Maurizio Zanardi nell’incontro di Decidiamoinsieme, un messaggio di allarme democratico che va oltre l’oggetto elettorale, oltre Napoli, oltre i target e le sigle di movimenti civili più o meno organizzati. Non si può pensare di condensare nessuna rappresentanza elettorale in questo gioco bell’è sfatto della politica che il sistema irresponsabile e corroso dei partiti e dei politici ci sta lasciando addosso. Quel titolo dovrebbe far pensare a Repubblica che il modo di fare i titoli di un giornale non può più essere lasciato a margine di quello che un giornale dice e vuol dire, che il titolo fa media più del contenuto prezioso dei pezzi di un proprio costoso redattore, opinionista, collaboratore. Non ci avevamo pensato che il media avrebbe inteso in questo modo la circostanza di due eventi tanto ravvicinati e organizzati da realità diverse che hanno tra loro alcuni punti in comune. Questa mancata valutazione fa parte degli errori che si possono commettere quando si è ancora in pochi, all’inizio di un percorso, e si vuole stare fuori dai giochi dei politici e degli apparati che occupano le istituzioni democratiche e frantumano tutto il “sociale” che ci sta appeso intorno. Diciamo sinceramente grazie ad Angelo Carotenuto che ha raccontato su Repubblica di qualche giorno fa quello che realmente è avvenuto e ci siamo detti nell’incontro di mercoledì scorso sui Segnali di fumo. E con la stessa semplicità diciamo che Iaccarino si è fatto un’idea sbagliata, ha confuso la presenza di Marco a Segnali di fumo e la presenza di alcuni promotori di segnali di fumo alla riunione di Decidiamoinsieme con un possibile accordo a scopi elettorali. Non c’è nemmeno bisogno di smentire, saranno i fatti a smentire le conclusioni di Iaccarino per ciò che riguarda Segnali di fumo. Non vediamo come il movimento per l’acqua, quelli di Chiaiano, i centri sociali, l’onda, i senza fissa dimora, gli immigrati, i rom, i trans, le prostitute, potrebbero riconoscersi in una proposta di questo tipo, votare (chi può) compatti per uno qualsiasi che sia tra noi, non vediamo e non vogliamo nemmeno vedere come, se, perchè e per chi questi soggetti di cittadinanza resposabile e attiva potrebbero andare a votare, e in nome di quale rappresentanza, di quale democrazia, non sapremmo dire. Quello che non si è compreso di Segnali di Fumo (logicamente visto che di segnali tra indiani si tratta, di segnali che i cow boy non devono poter capire che altrimenti la loro macchina da guuerra ci trova e ci scamazza) è che le raltà a cui ci rivolgiamo e di cui ci sentiamo parte vogliono una democrazia vera, partecipata da passione e umana comprensione, che la rappresentanza, la governabilità e le compatibilità sono morte, ammazzate dalla irresponsabilità, che la responsabilità politica oggi risiede nella cittadinanza sociale, nello stare dalla parte di quelli che non contano niente e che nel dna dei Segnali di Fumo c’è la politica di quelli che non contano niente, come diceva Zanardi lì a Decidiamoinsieme.
Quando La Repubblica ci vedrà in azione (sperando di riuscirci), per sostenere istanze di democrazia diretta, per fermarci a riflettere sul senso di questa parola, per praticare e difebdere gli spazi della politica di quelli che non contano niente, forse non titolerà più nulla sui Segnali di Fumo, o forse si iniziarà a convincere che questa cittadinanza responsabile può far bene contro qualsiasi potere che occupi le istituzioni e far bene per difendere e rispristinare valori e spazi anche della democrazia della rappresentanza, del voto.
MI scuso per questo intervento che è fuori dallo stile di questo blog che di fattarielli sfatti non ama occuparsi. Ma mi pareva davvero necessario.
sv
Il gioco è sfatto
Sulla repubblica di oggi si legge un titolo “ROSSI-DORIA E LA SFIDA DEL SOCIALE ORGANIZZATO” che fa subito pensare ad una prospettiva, se non addirittura ad un annuncio di un accordo elettorare che ovviamente NON ESITE E NON PUO’ ESISTERE. Il pezzo di Lucio Iaccarino propone una riflessione e una sollecitazione a fare qualcosa del genere, spiegandone accuratamente le ragioni. Ma mostra di non aver del tutto compreso cosa vuole essere Segnali di Fumo, e nemmeno il messaggio lanciato da Marco, Aldo Policastro, Maurizio Zanardi nell’incontro di Decidiamoinsieme, un messaggio di allarme democratico che va oltre l’oggetto elettorale, oltre Napoli, oltre i target e le sigle di movimenti civili più o meno organizzati. Non si può pensare di condensare nessuna rappresentanza elettorale in questo gioco bell’è sfatto della politica che il sistema irresponsabile e corroso dei partiti e dei politici ci sta lasciando addosso. Dico sinceramente grazie ad Angelo Carotenuto che ha raccontato su Repubblica di qualche giorno fa quello che realmente è avvenuto e ci siamo detti nell’incontro di mercoledì scorso sui Segnali di fumo. E con la stessa semplicità dico che Iaccarino si è fatto un’idea sbagliata, ha confuso la presenza di Marco a Segnali di fumo e la presenza di alcuni promotori di segnali di fumo alla riunione di Decidiamoinsieme con un possibile accordo a scopi elettorali. Non c’è nemmeno bisogno di smentire, saranno i fatti a smentire le conclusioni di Iaccarino per ciò che riguarda Segnali di fumo. Non vedo come il movimento per l’acqua, quelli di Chiaiano, i centri sociali, l’onda, i senza fissa dimora, gli immigrati, i rom, i trans, le prostitute, potrebbero riconoscersi in una proposta di questo tipo, votare (chi può) compatti per uno qualsiasi che sia tra noi, non vedo e non voglio nemmeno vedere come, se, perchè e per chi questi soggetti di cittadinanza resposabile e attiva potrebbero andare a votare, e in nome di quale rappresentanza, di quale democrazia, non saprei dire. Quello che non si è compreso di Segnali di Fumo (logicamente visto che di segnali tra indiani si tratta, di segnali che i cow boy non devono poter capire che altrimenti la loro macchina da guuerra ci trova e ci scamazza) è che le raltà a cui ci rivolgiamo e di cui ci sentiamo parte esprimono voglia di una democrazia vera, partecipata da passione e umana comprensione, che la rappresentanza, la governabilità e le compatibilità per loro probabilmente sono già lettera morta, ammazzate dalla irresponsabilità, che la responsabilità politica oggi probabilmente risiede nella cittadinanza sociale, nello stare dalla parte di quelli che non contano niente e che nel dna dei Segnali di Fumo c’è la politica di quelli che non contano niente, come diceva Zanardi lì a Decidiamoinsieme.
Quando La Repubblica ci vedrà in azione (sperando di riuscirci), per sostenere istanze di democrazia diretta, per fermarci a riflettere sul senso di questa parola, per praticare e difebdere gli spazi della politica di quelli che non contano niente, forse non titolerà più nulla sui Segnali di Fumo, o forse si iniziarà a convincere che questa cittadinanza responsabile può far bene contro qualsiasi potere che occupi le istituzioni e far bene per difendere e rispristinare valori e spazi anche della democrazia della rappresentanza, del voto.
MI scuso per questo intervento che è fuori dallo stile di questo blog che di fattarielli sfatti non ama occuparsi. Ma mi pareva davvero necessario.
sv
Un Cantiere sul Lavoro

Da una cosa scritta per “Segnali di fumo” e inviata ad amici, mi sono arrivate risposte e … rimproveri: da quanto è che diciamo di voler fare un cantiere sul lavoro? Non saprei come altrimenti rispondere se non iniziando a pubblicare qui il testo nella sua versione originaria con il commento di Giustina che ringrazio di cuore e, linkare qui il pezzo di Enrica Morlicchio sulla povertà, sempre per segnali di fumo, sperando che il tutto segni un buon punto di partenza. Approfitto anche per iniziare a proporre un Arcipelago più orientato alle riflessioni e ai ponti idee/dibattito/testimonianze e meno sommerso dalle notizie e “partecipazioni”: con l’aiuto prezioso di Retecivica e la prossima uscita di napolisegnalidifumo.it i ponti per la rete non mancano e il punto forse è metterci tutti un po’ più di nostro.
Il mio segnale di fumo per il lavoro
Le politiche del lavoro realizzate in Italia e in Campania negli ultimi anni sono accreditate come politiche coerenti con la strategia europea per l’occupazione. Possiamo essere critici rispetto a tale strategia, apocalittici verso le misure di flessibilità e convinti nel denunciare l’indebolimento delle tutele e dei diritti che proteggono il lavoro; ma risulterebbe alquanto difficile anche ad una critica radicale sostenere che la disoccupazione e le pessime performance del mercato del lavoro nel Mezzogiorno e a Napoli siano legate essenzialmente ai limiti e alle debolezze di tali indirizzi strategici. Continua…
sv
e mò? e dopo?
E dopo? Possibili risposte alla crisi della nostra città. Politica e società davanti al futuro
giovedì 18 dicembre. alle 17.30 nella sala della Seconda Municipalità, Piazza Dante.
Del dopo, e anche dell’oggi, discuteranno, insieme con Marco Rossi-Doria (ovvero quello di noi che, all’epoca delle elezioni amministrative, ci ha messo la faccia), Enzo Amendola (Pd), Aldo Policastro (magistrato), Maurizio Zanardi (filosofo, membro del collettivo 33), e Leonardo Impegno (presidente del Consiglio comunale).
NDR e le notizie di oggi ci riportano ammò tanto per ribadire che di futuro non se ne parla
Fiat Pax
Sono queste le cose che ci piacciono:
La Fiat ha perso la battaglia contro la bandiera della Pace
Per protestare contro l’invio di truppe italiane in Iraq, il 1 marzo 2003 Stefano M., dipendente dello stabilimento molisano di Termoli e dirigente del sindacato autonomo Slai-Cobas, esponeva in ufficio la bandiera della Pace.
Per quel gesto fu licenziato, ma ora la Corte di Cassazione lo ha riabilitato definendo la punizione “sproporzionata” e “idonea ad indicare la volonta’ dell’impresa di approfittare dell’episodio per liberarsi di un sindacalista particolarmente attivo”.
segnale lavoro
Segnali di fumo sul lavoro
Le politiche del lavoro realizzate in Italia e in Campania negli ultimi anni sono accreditate come politiche coerenti con la strategia europea per l’occupazione. Possiamo essere critici rispetto a tale strategia, apocalittici verso le misure di flessibilità e convinti nel denunciare l’indebolimento delle tutele e dei diritti che proteggono il lavoro; ma risulterebbe alquanto difficile anche ad una critica radicale sostenere che la disoccupazione e le pessime performance del mercato del lavoro nel Mezzogiorno e a Napoli siano legate essenzialmente ai limiti e alle debolezze di tali indirizzi strategici.
Due sono piuttosto, a mio avviso, gli elementi caratterizzanti le politiche del lavoro italiane che hanno probabilmente avuto un peso rilevante nel determinare l’insuccesso complessivo della strategia di Lisbona e l’aggravamento complessivo del problema lavoro: da un lato le politiche non hanno tenuto adeguatamente conto dei vincoli e dei deficit strutturali presenti nei contesti in ritardo di sviluppo e non hanno impostato gli interventi in tali contesti con risorse e strumenti di governo adeguati (e i fondi strutturali fanno relativamente testo in carenza di una strategia che ne indirizzi correttamente l’impiego); dall’altro le politiche non hanno curato, come invece si era iniziato a fare in passato, gli aspetti legati alla gestione, al controllo e alla valutazione, anzi hanno decisamente mollato le redini sul piano dei controlli e della gestione amministrativa, come se la liberalizzazione riguardasse anche questi aspetti e come se il decentramento e lo snellimento amministrativo liberassero le amministrazioni anche dalla responsabilità di realizzare interventi efficienti ed efficaci, trasparenti ed equi.
Questi due elementi di debolezza hanno finito con l’accentuare da un lato i malfunzionamenti nel governo e nella gestione delle politiche, dall’altro con l’aumentare l’esposizione degli interventi di politica del lavoro ai meccanismi di consenso e di controllo politico.
Come è noto, per Napoli, l’esposizione del lavoro alla politica è stata sempre particolarmente alta. La città sul lavoro si è sempre mostrata debole, in difficoltà nel reagire alle crisi, passiva e non propositiva rispetto ai meccanismi spontanei di galleggiamento dell’economia marginale, incapace di contrastare l’illegalità, timorosa quanto opportunista nel rispondere ai conflitti sociali, ambigua in quella conflittualità sociale sul lavoro che si mobilita su “interessi di parte” fragili e duri, come il bisogno di lavorare, e che appare ormai storicamente condannata, già prima di esplodere, a subire la forza del ricatto, la scena dell’ordine pubblico, il gioco dell’intrattenimento, il peso della violenza di questa politica.
La città ha supinamente e opportunisticamente scelto di restare oppressa dentro il circolo vizioso della disoccupazione, di metabolizzare e di declinare il problema del lavoro come una permanente emergenza, fuori da ogni logica che vedrebbe una grande metropoli essere attrattore per eccellenza delle opportunità che il mercato, l’amministrazione e l’organizzazione sociale possono offrire: attrattore di disoccupati perché offre lavoro. Napoli ha scelto supinamente di essere invece attrattore di flussi finanziari pubblici perché ha “i disoccupati”, e di ricavare da questo un consenso e un controllo facile, maledettamente facile.
Abbiamo dunque trascorso quasi trent’anni di espiazione sulle colpe dell’intervento pubblico e delle rigidità del mercato del lavoro e trent’anni di liberalizzazione e di mercificazione del lavoro senza potere avere la soddisfazione di vedere crescere l’occupazione a Napoli, in Campania e nel Mezzogiorno; senza ottenere alcun risultato in termini di riduzione della disoccupazione se non quello di ricacciare indietro la popolazione presente sul mercato del lavoro e relegarla tra la popolazione non attiva. Abbiamo visto anche sparire negli ultimi dieci anni, inghiottita dal liberismo e spazzata via dalla lega, ma soffocata soprattutto dal modo di governare la disoccupazione del nostro ceto politico nazionale, regionale e locale, anche la prospettiva di un nuovo Sistema di Welfare, delle politiche della sussidiarietà, dei lavori concreti, dei nuovi bacini di impiego, del microcredito, della pubblica utilità, tutti strumenti indispensabili per una nuova idea di welfare solidale. Tutto sparito, al momento introvabile, forse persino improponibile giacchè quegli strumenti sono stati in alcuni casi rinnegati, in altri trasfigurati in forbici e messi nelle mani cattive che dovrebbero tagliare i viveri a chi prende un sussidio senza mettersi doverosamente a disposizione dello stato sociale, in altri termini sono diventati strumenti di risparmio piuttosto che strumenti di intervento per la spesa pubblica, strumenti di selezione, invece che di coesione e di inclusione; ed anche in questo caso si tratta di strumenti di controllo e di potere, esposti come sono all’arbitrio di istituzioni e di amministrazioni sottratte ad ogni controllo di trasparenza e di legalità.
Vorremmo dunque dare alle cose una direzione diversa:
- inviare un segnale di fumo a tutti i lavoratori, cassintegrati, disoccupati, maleoccupati ecc.: smettetela di pensare che la colpa dei vostri guai sia vostra o che siete maledetti perché non avete una raccomandazione.
- prendere atto che da nessuna istanza, anche la più democratica e radicale presente in città è mai venuta un denuncia, una testimonianza o una voce di attenzione e di allarme sull’uso anomalo e illegittimo dell’emergenza lavoro, una voce contro gli abusi che si compiono all’ombra di questa emergenza, una voce a tutela di chi da questi abusi è colpito e non ha strumenti per difendersi perché non è niente, non è nessuno. Abbiamo sulle spalle una storia di debolezza civile e democratica di cui vogliamo liberarci, contro la quale vogliamo reagire, ragionare, confrontarci, assumerci responsabilità, dare battaglia.
- impegnarci per costruire una alleanza della cittadinanza responsabile che faccia massa critica a sostegno di una politica trasparente, efficace ed equa di contrasto alla disoccupazione e per ottenere un corretto impiego degli strumenti e delle risorse che alimentano il mercato del lavoro. Un’alleanza radicalmente e saldamente indisponibile al potere – così come nei confronti dei partiti e dei loro esponenti ai vertici delle istituzioni – impegnata a presidiare democraticamente i luoghi e gli strumenti in cui e con cui il mercato e l’intervento pubblico danno lavoro, formazione, incentivi, aiuti.
- rivendicare una politica di sostegno all’occupazione impostata sullo sviluppo sostenibile e sull’equità sociale, una politica che non è stata ancora fatta e che invece si può fare, chiamando in causa tutte le risorse del mercato, della collettività e della solidarietà sociale che una metropoli come Napoli non può non avere e non produrre.
- sentirci parte di una città che ha bisogno delle nostre intelligenze, del nostro tempo, delle nostre braccia, delle nostre relazioni, dei nostri sentimenti, della nostra creatività, di una città che ha bisogno del nostro lavoro così come noi abbiamo bisogno di una città che premi il lavoro.
Susi Veneziano
Una cittadinanza attiva e responsabile

Negli ultimi mesi, nella nostra città, si sono sviluppate esperienze positive di movimento dal basso e di costruzione di alternative al modello socio-economico dominante, sul tema dei rifiuti e della difesa dei beni comuni, sulla questione rom e immigrazione, per i cittadini senza fissa dimora che popolano Napoli, per poter garantire legalità, sicurezza, aumento delle condizioni di benessere collettivo, per il bene primario dell’istruzione.
Piccoli, deboli, ma bellissimi “segnali di fumo” di “indiani indipendenti” che si sono stufati di stare nelle loro riserve.
Esperienze che hanno mostrato anche un limite che ne ha depotenziato le diverse istanze: quello di rinchiudersi nei propri specifici, di pensarsi ognuno come portatore di “verità assolute”, di far prevalere l’idea dell’altro non tanto come risorsa, ma come possibile elemento contaminante e dannoso.
Per questo ci pare urgente avviare un processo che costruisca un ponte tra i tanti modi di fare una città diversa, che sia in grado di dare contenuti ad un progetto per la città, che si prenda cura del “pubblico”. Per farlo realmente, occorre che ciascuno di noi si senta parte, si metta in relazione attiva e costruttiva con le aggregazioni che si sono create nel territorio, stringendo un patto sociale per riconoscere e contestualizzare in alleanze le differenze, per avviare un processo di scambio e di iniziativa comune e condivisa, che provi ad aprire un diverso ciclo politico, con l’obiettivo di costruire una forma solida e strutturata di organizzazione della cittadinanza responsabile
Vi proponiamo di provare insieme a costruire uno spazio comune e continuativo per le nostre esperienze, di intraprendere insieme un percorso, rispettoso delle differenze e delle autonomie, un movimento a forte responsabilità sociale, trasparente e democratico nel suo evolversi, preciso nella definizione dei contenuti e dei suoi obiettivi, che sia in grado di parlare e coinvolgere anche chi non ha forza alcuna per eccesso di degrado, di povertà, di dipendenza, di paura, di bisogno.
Un percorso chiaro nel segnare indipendenza e autonomia dai “palazzi”, lontananza dalle forme degradate della politica tradizionale, non radicalmente e ottusamente chiuso o qualunquisticamente apolitico, ma capace di continuare a privilegiare un’idea di politica centrata sull’interesse collettivo e non sull’uso privato della cosa pubblica.

Se vogliamo che Napoli rinasca deve avere vita una cittadinanza attiva e responsabile che prema sulle istituzioni cittadine e regionali.

