Cantiere Sociale Arcipelago Napoli

creare ponti per pensare una città diversa

Archive for Novembre 15th, 2008

Comunicato Amnesty International su Sentenze Genova

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COMUNICATO STAMPA
CS148-2008

PROCESSO PER LE VIOLENZE ALLA SCUOLA DIAZ DI GENOVA: TREDICI FUNZIONARI
DELLO STATO CONDANNATI IN PRIMO GRADO. IL COMMENTO DELLA SEZIONE ITALIANA
DI AMNESTY INTERNATIONAL

Analogamente alla sentenza di primo grado sui fatti avvenuti nella caserma
di Bolzaneto, quella emessa ieri sulle violenze nella scuola Diaz conferma
che qualcosa di grave accadde a Genova nel luglio di sette anni fa.

Tredici funzionari dello Stato sono stati condannati per le brutalita’
commesse nei confronti di decine di persone inermi. Amnesty International
vuole sottolineare che, se il processo e’ giunto a tale conclusione, cio’
si deve alla tenacia dei pubblici ministeri e al coraggio delle vittime,
delle organizzazioni che le hanno sostenute e dei loro avvocati, che hanno
preso parte a centinaia di udienze in un contesto nel quale si e’ piu’
volte cercato di aggirare l’obiettivo dell’accertamento della verita’.

Nonostante questo contesto, la sentenza di ieri afferma che, la notte tra
il 21 e il 22 luglio 2001, un gruppo di agenti di polizia e un loro
dirigente si sono resi responsabili di violenze brutali e gratuite
all’interno della scuola Diaz.

Amnesty International chiede ai vertici di polizia come intendano
commentare questa parte della sentenza.

Occorrerebbe chiedersi se una sentenza diversa, nella quale fossero state
accertate ulteriori responsabilita’ penali nella catena di comando,
avrebbe potuto essere favorita da un diverso comportamento delle autorita’
italiane che mai, in questi sette anni, hanno voluto contribuire alla
ricerca della verita’ e della giustizia. In questi anni non abbiamo
sentito una parola forte di condanna per il comportamento tenuto dalle
forze dell’ordine nel luglio 2001, non c’e’ stata una commissione
d’inchiesta, non si e’ risolto il problema dell’identificazione dei
funzionari delle forze dell’ordine, non sono stati istituiti organi di
monitoraggio indipendenti ne’ meccanismi correttivi interni.

Davanti a questo quadro preoccupante, pesano le condanne e pesano le
assoluzioni. Amnesty International valutera’ le une e le altre con
maggiore dettaglio nel momento in cui saranno note le motivazioni della
sentenza.

FINE DEL COMUNICATO
Roma, 14 novembre 2008

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348-6974361, e-mail press@amnesty.it

Written by cantieresocialenapoli

15 Novembre 2008 alle 16:00

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Segnali di fumo per un’altra città

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Appello per una cittadinanzia attiva e responsabile


Negli ultimi mesi, attorno/dentro ad alcune questioni, si sono sviluppate esperienze positive di movimento dal basso e di costruzione di alternative al modello socio-economico dominante.

Si tratta dei movimenti e delle comunità resistenti sui temi dei rifiuti e della difesa dei beni comuni, ad iniziare dall’acqua; delle migliaia di persone che hanno manifestato e consegnato spontaneamente le proprie impronte per autodenunciarsi come clandestini in netta opposizione alle scelte razziste del governo sulla questione rom e immigrazione; di quanti hanno caparbiamente portato avanti un ricco quanto concreto programma di richieste a favore dei tanti cittadini senza fissa dimora che popolano Napoli; dei tanti operatori e operatrici, delle tante esperienze del lavoro sociale che hanno provato a gridare che il “welfare non è un lusso”, ma sistema indispensabile per poter garantire legalità, sicurezza, aumento delle condizioni di benessere collettivo; non ultimi, dei tanti giovani, insegnanti, genitori che nel segno della lotta pacifica e con tanta creatività difendono il bene primario dell’istruzione. Esperienze e competenze che hanno anche sentito l’esigenza di incontrarsi nella comune ricerca di forme nuove di relazione, coordinamento e reciproca valorizzazione.

In tale direzione sono andate tutte le iniziative che hanno tentato di costruire ponti tra i tanti modi di fare una città diversa partendo dai diritti degli ultimi, e che hanno provato a stabilizzare luoghi comuni, come i tanti comitati che si battono per l’acqua come bene pubblico, per un diverso ciclo dei rifiuti, per rinnovare le forme della partecipazione e della rappresentanza, per affermare e sostenere la democrazia della pace, in medio oriente, per il Tibet, in tutti i luoghi di guerra e di totalitarismo. Così come sono coerenti a tale approccio tutte quelle realtà che provano a “ridisegnare a colori” le periferie, animando relazioni e spazi accoglienti per le bambine e i bambini, proponendo cinema, musica e cucina, organizzando carnevali di strada e occupando di
sorrisi strade e piazze. Ancora sono riportabili in tale contesto le reti basse e orizzontali di auto-mutuo aiuto e conciliazione, il commercio equo e solidale, i gruppi di acquisto solidale che vanno finalmente sviluppandosi anche in città, insieme alle esperienze più consolidate dei movimenti pacifisti, delle culture di genere, del sostegno alle lotte di autodeterminazione dei popoli.

Esperienze che hanno percepito che uno dei limiti del passato, una delle criticità più forti che hanno depotenziato e limitato le diverse istanze, è stato quello di rinchiudersi nei propri specifici, di pensarsi ognuno come portatore di “verità assolute”, di far prevalere l’idea dell’altro non tanto come risorsa ma come possibile elemento contaminante e dannoso.

Insomma, tutti piccoli, deboli, ma bellissimi “segnali di fumo” di “indiani indipendenti” che si sono stufati di stare nelle loro riserve: uomini e donne che in questi anni, pur tra le mille contraddizioni e difficoltà quotidiane, hanno provato a sperimentare una città diversa, capace di riconoscere le persone prima di tutto nei loro diritti e aspettative; di pensare al territorio come risorsa da tutelare e difendere dalle voglie onnivore e incontrollate del profitto e del mercato; di praticare una legalità diffusa come unico strumento per produrre giustizia sociale e sicurezza diffusa.

Per questo ci pare urgente avviare un processo che, per tappe, sia in grado di dare contenuti ad un progetto per la città, un progetto che individui nella partecipazione di movimenti, di forme auto-organizzate di società civile, di quelle intellettualità che, pur non compromesse, continuano ad assistere silenti al degrado della città, di quella rete che pure esiste in città, e che si prende cura del “pubblico” e che vuole in prima persona elaborare il proprio futuro.

Per farlo realmente occorre che ciascuno di noi si senta parte, si metta in relazione attiva e costruttiva con le aggregazioni che si sono create nel territorio. Occorre che ognuno di noi si abitui ad abitare il dubbio e le contraddizioni come modalità per riconoscere e contestualizzare in alleanze le differenze. Occorre che ognuno di noi viva come nemico il silenzio, la speculazione sui più deboli, il potere politico-economico-mafioso-mediatico che schiaccia e opprime senza alcuna legittimità, schiaccia gli ultimi, e noi tutti ultimi.

Solo in questo modo, peraltro, il percorso che si propone saprà parlare anche a quello che oggi non solo non è ancora movimento, ma che non ha forza alcuna per eccesso di degrado, di povertà, di dipendenza, di paura, di bisogno. Quello che non si sente e non si vede, la periferia silenziosa: la croce del lavoro, i precari, i cassintegrati, i senza lavoro, i lavoratori in nero, gli occupati a rischio, gli occupati a giornata; la dispersione sociale del sapere, vera dispersione scolastica, gli studenti, i minori, i giovani; le marginalità povere e sole, gli anziani, i disabili, i reclusi, i tossicodipendenti, i matti. Silenzi di cui sentire il peso e il dolore, non solo politico, a cui portare innanzitutto rispetto, e forse se ne udirà la voce lontana.

Insomma, va avviato un processo di scambio e di iniziativa comune e condivisa che provi, consapevole della sua urgenza e delle sue difficoltà, ad aprire un diverso ciclo politico, con l’obiettivo di costruire, senza salti in avanti, con tempi adeguati e con l’opportuna leggerezza, una forma solida e strutturata di organizzazione della cittadinanza responsabile. Un percorso rispettoso delle differenze e delle autonomie, un movimento a forte responsabilità sociale, trasparente e democratico nel suo evolversi, preciso nella definizione dei contenuti e dei suoi obiettivi.

Un percorso chiaro nel segnare indipendenza, autonomia dai palazzi, lontananza dalle forme degradate della politica tradizionale. Intendiamoci, non radicalmente e ottusamente chiuso o qualunquisticamente apolitico, ma capace di continuare a privilegiare un’idea di politica centrata sull’interesse collettivo e non sull’uso privato della cosa pubblica.

Se vogliamo che Napoli rinasca deve avere vita una cittadinanza attiva e responsabile che prema sulle istituzioni cittadine e regionali. Si tratta di una rivoluzione sociale. Per questo noi proponiamo di provare insieme a costruire uno spazio comune e continuativo per le nostre esperienze. Uno spazio rispettoso delle autonomie, reciprocamente attento alla valorizzazione dei soggetti che vi partecipano, capace, senza abbandonare gli specifici, di cogliere i nodi che li legano per farli diventare terreno di cultura, politica, iniziativa comune e condivisa.


Alex Zanotelli, Aldo Policastro, Andrea Morniroli, Angelica Romano, Carla Orilia, Elena Coccia, Enrica Morlicchio, Geraldo Toraldo, Giacomo Smarrazzo, Giampiero Arpaia, Giovanna D’Alonzo, Giovanni Laino, Gloria Sanseverino, Maria Antonietta Selvaggio, Maria Pia Sanseverino, Massimo Lampa, Nino Lisi, Paola Clarizia, Salvatore Romano, Sergio D’Angelo, Susi Veneziano, Tiziana Iorio, Vittorio Moccia.

Written by cantieresocialenapoli

15 Novembre 2008 alle 14:43

Il vuoto del diritto

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COME per Bolzaneto, la sentenza del processo per i pestaggi nella scuola Diaz è una sentenza pessima, quali saranno le motivazioni che la sosterranno. È soprattutto una sentenza imprudente e pericolosa. Vengono condannati soltanto i “picchiatori” del Reparto Mobile di Roma, il comandante, il suo vice, i capisquadra.

Con loro, condannati i due poliziotti che s’inventarono, trasportandole nella scuola, le due bottiglie molotov che avrebbero dovuto giustificare la “perquisizione” diventata massacro di 93 persone sorprese nel sonno. Come per Bolzaneto, questa sentenza avrebbe dovuto spiegare come, perché, con la responsabilità di chi, nasce in una democrazia un “vuoto di diritto” che liquida le regole del diritto penale e le garanzie costituzionali e consegna la nuda vita delle persone, spogliata di ogni dignità e diritto, a una violenza arbitraria, indiscriminata, assassina.

La risposta del tribunale è stata, più o meno, questa: c’è stato un gruppo di esaltati che è andato oltre il lecito, tutto qui, e due disgraziati che per metterci una pezza, a frittata fatta, hanno manipolato una prova. L’intera catena di comando, a cominciare dal capo della polizia (nel 2001, Gianni De Gennaro) si è fatta prendere la mano e ingannare come l’ultimo del più sprovveduto dei gonzi. Così il Dipartimento della pubblica sicurezza è stato convinto a stilare un comunicato in cui non c’è una frase che non risulti falsa o controversa.

E’ fuor di dubbio che la ricostruzione dell’accusa ne esca a pezzi. L’assoluzione dei “vertici apicali” della polizia (Giovanni Luperi e Francesco Gratteri) smentisce il lavoro dei pubblici ministeri. Avevano sostenuto che l’”operazione Diaz” fu “decisa, pianificata e organizzata dal vertice del Dipartimento della pubblica sicurezza”; che “l’iniziativa era diretta al riscatto dell’immagine delle forze di polizia gravemente compromessa dall’inefficace azione di contrasto alle violenze e degenerazioni dell’ordine pubblico durante le manifestazioni di protesta contro il vertice del G8″.

Al contrario, per il tribunale non c’è stata alcuna pianificazione del Dipartimento e le violenze brutali, i fermi e gli arresti illegali sono farina del sacco di un pugno di subalterni che non sono riusciti a controllare il loro odio. L’esito minimalista del processo non spiega troppe cose (le perquisizioni arbitrarie, la costruzione di false prove, “la totale inosservanza delle regole del diritto”, quella notte e nei giorni successivi) e soprattutto non “chiude” lo strappo creato tra le istituzioni e una generazione che, in quei giorni, si riaffacciava sulla scena politica dopo un lungo letargo.

Quale che siano le motivazioni della discutibile sentenza, è su questo vulnus tra lo Stato e la società che bisogna riflettere perché i pestaggi della Diaz e le torture di Bolzaneto pongono questioni che sarebbe dissennato accantonare o anche soltanto trascurare. Qual è il mestiere delle polizie in questa congiuntura politica? E quali sono le garanzie che venga svolto in modo corretto?

In uno “Stato legislativo”, dove quel che conta è la legalità e chi esercita il potere agisce “in nome della legge”, le burocrazie sono “neutrali”, uno strumento puramente tecnico che serve orientamenti politici diversi e anche opposti, e le polizie hanno una funzione meramente amministrativa di esecuzione del diritto. Questo governo, in carica anche nel 2001, ha inaugurato la sua stagione “riformatrice” con ben altre convinzioni. Non vuole essere l’anonimo esecutore di leggi e norme. Non intende governare in nome della legge, ma in nome della “necessità concreta”. Pretende che si muova dietro le “emergenze” (autentiche o artefatte, che siano), dietro le “situazioni” che ritiene prioritarie. Berlusconi s’immagina alla guida di uno “Stato governativo” che si definisce per la qualità decisiva che riconosce al comando concreto, applicabile subito, assolutamente necessario e virtualmente temporaneo, sempre conflittuale perché esclude e differenzia.

In questo scorcio di legislatura si sta creando così un paradigma istituzionale “duale” che affianca alla Costituzione una prassi di governo che vive di decreti con immediata forza di legge e trasforma il comando in un ininterrotto “caso d’eccezione” (immigrazione; sicurezza; Alitalia; rifiuti di Napoli; riforma della scuola).

Nello “stato d’eccezione”, le polizie hanno un ruolo essenziale. Berlusconi evoca con regolarità un “diritto di polizia” e un uso della violenza o minaccia poliziesca quando i suoi obiettivi appaiono non condivisi o in pericolo (contro gli immigrati, contro i napoletani incivili, contro le proteste negli aeroporti, contro le manifestazioni degli studenti). Chi, nelle burocrazie, non sta al gioco, va a casa. Come è accaduto ieri al prefetto di Roma, Carlo Mosca, custode di una concezione di burocrazia professionale che, alla decisione politica (impronte per i bambini rom), oppone il rispetto della legge e della Costituzione.

Mosca è stato “licenziato” perché Berlusconi chiede – al contrario – che le burocrazie condividano la capacità di assumersi il suo stesso rischio politico, come fossero un’élite politica e non istituzionale e non neutrale. E’ una novità di cui bisogna tener conto. E’ quel che esplicitamente chiede alle polizie Francesco Cossiga con la sua “ricetta democratica”.

Cossiga ha spiegato come distruggere l’Onda, il movimento degli studenti: “Bisogna infiltrare gli studenti con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine, mettano a ferro e fuoco le città. Dopodiché, forti del consenso popolare, le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano”.

Cossiga (un uomo che sarebbe sciagurato considerare soltanto uno spericolato irresponsabile) dice quel che altri, nella destra di governo, pensano soltanto. Le polizie, nello “Stato governativo” preteso dalla destra, non dovrebbero più avere soltanto una funzione di mera esecuzione del diritto, ma farsi agenti attivi della sovranità del governo, muoversi in quell’area indifferenziata tra violenza e diritto che sempre definisce, nel caso d’eccezione, il comando del sovrano e il potere delle polizie.

Ora quel che si paventa per il domani è già accaduto ieri, a Genova, durante i giorni del G8. E’ accaduto proprio nelle forme augurate oggi da Cossiga. Black Bloc che distruggono la città senza alcun contrasto. Black Bloc che si allontanano indisturbati mentre appare la polizia che si avventa contro i manifestanti inermi, pacifici, a braccia alzate e, nella notte, contro i 93 ospiti della scuola Diaz che si preparano al sonno o nel garage Olimpo di Bolzaneto dove vennero ancora umiliati e torturati. Con il risultato che una generazione che, per la prima volta, scopriva la dimensione politica fu consegnata alla paura, alla solitudine, alla disillusione.

Dopo sette anni, la situazione non è diversa. Il governo è lo stesso, solo più lucido, determinato e coeso intorno alla figura del leader carismatico. Nelle strade c’è un nuovo movimento di giovani che rifiuta un progetto di ordine sociale che annuncia esclusioni e differenze, che si oppone alla caduta di ogni garanzia di eguaglianza. Che cosa faranno le burocrazie dello Stato? Che cosa faranno le polizie sospinte nello spazio stretto tra la politica e il diritto, tra la violenza e la legge? Il processo di Genova ci dice che in uno Stato che si presenta come questurino c’è chi è disponibile a un’illegalità criminale quando il dissidente diventa un “nemico” da annientare.

Sono buone ragioni per non accontentarsi di una sentenza, per non chiudere il “caso Genova” nel perimetro di un’aula giudiziaria. In un tempo di aspri conflitti sociali, già inquinati da un estremismo fascista che minaccia l’informazione, il sindacato dei lavoratori, le proteste sociali e le forme di dissenso, il Paese deve sapere se può contare su una polizia fedele alla Costituzione o dovrà fare i conti anche con una burocrazia della sicurezza gregaria di un governo che prevede il rischio assoluto, il conflitto continuo, lo “sfondamento”, una polizia sottomessa a un ordine capace di riservare all’interno del Paese la stessa ostilità che si riserva a un minaccioso “nemico” esterno.

Anche ora che la sentenza di Genova circoscrive le responsabilità a pochi “fuori di testa”, dalle forze dell’ordine dovrebbero giungere all’opinione pubblica limpide e inequivoche rassicurazioni. Chi ha a cuore la Costituzione, nelle istituzioni, nella società, nella politica, dovrebbe invocarle. Perché le sentenze per la Diaz e Bolzaneto più che rasserenare, inquietano. Più che medicare le ferite, le fanno ancora sanguinare.

(14 novembre 2008)

Written by cantieresocialenapoli

15 Novembre 2008 alle 05:05

Pubblicato in diritti, genova, giustizia, movimenti

Good luck Vicenza

con un commento


LO SAI COSA STA SUCCEDENDO A VICENZA?

Noi ci abbiamo messo un anno per raccontarlo, ma ora se vuoi puoi conoscere anche tu tutto ciò che giornali e tv nazionali deliberatamente lasciano in disparte, trattando la questione Dal Molin
come un capitolo ormai chiuso. La partita è invece ancora aperta, per questo diciamo…

GOOD LUCK VICENZA!

“Good luck Vicenza” (durata 73′) è un documentario sulla nuova base militare Usa in progetto a Vicenza, sull’area dell’aeroporto Dal Molin. Un film di Mirco Corato, Annamaria Macripò e Giulio Todescan. Qui trovate le prossime proiezioni in programma, la sinossi e i nostri contatti.

Questo film nasce totalmente autoprodotto, a zero budget, con l’unico scopo di diradare la cortina di silenzio e disinformazione che avvolge la costruzione della nuova mega base Usa a Vicenza. Una cortina di fumo che è ancora più spessa per chi vive fuori da questa città o dal Veneto.
Per questo vorremmo che il documentario si vedesse anche a Roma, Torino, Bari, Palermo, Cagliari… Per questo ti invitiamo a darti da fare per organizzare una serata nella tua città o paese, perché il Dal Molin non è una disputa locale, ma una questione che va discussa a
livello nazionale.
Se sei interessato a organizzare una proiezione, scrivi a goodluckvicenza@gmail.com
Attraverso il nostro blog [ http://goodluckvicenza.blogspot.com ] ti aiuteremo a raccogliere delle “prenotazioni” per la serata.

Grazie
mirco, annamaria, giulio

Ndr e a Napoli? Lancio due esche, una al solito posto, via forno vecchio-architettura (Giovanni, Daniela che ne pensate ?) e una a quel mio amico multicinematografista a cui ho regalato i miei splendidi fumogeni per il Tibet che in quel solitario 8 agosto di inaugurazione delle Olimpiadi a Piazza del plebiscito le forze dell’ordine non ci fecero “fumare”. Se avete altre idee e volete condividerle con il cantiere, scriveteci al solito indirizzo cantierenapoli@gmail.com

Written by cantieresocialenapoli

15 Novembre 2008 alle 03:52

Pubblicato in nodalmolin, pace, spazio pubblico