Archive for Novembre 2008
Sabato 13 dicembre a Roma manifestazione nazionale
Sabato 13 dicembre a Roma ci sarà una manifestazione nazionale [promossa da decine di associazioni, tra cui l´Arci, il Comitato diritti civili delle prostitute di Pordenone, il Cnca, il Mit di bologna, il Coordinamento associazioni transessuali «Silvia Rivera», il Gruppo Abele, Cantieri sociali insieme a Carta, l´associazione Libellula e «La strega da Bruciare»] per dire no alla legge Carfagna sulla prostituzione e, più in generale, alle manie «securitarie» di questo governo e a tutte le ordinanze, di tutti i colori, che stanno inondando di soprusi, discriminazione e pelosi moralismi il nostro paese.
Logiche che vengono da lontano, che utilizzando la falsità come paradigma della narrazione sociale e alimentando le paure e le diffidenze verso ogni forma di differenza, hanno come vero obiettivo lo smantellamento del sistema dei servizi, la privatizzazione delle prestazioni sociali e sanitarie, la riduzione della funzione pubblica in materia di welfare alla carità istituzionale. Leggi e indirizzi che in nome di queste finalità negano le persone, sono feroci con le loro storie, vite e relazioni. Le persone non sono più tali, ma puttane, tossici, matti, extracomunitari. Continua…
Andrea Morniroli
Le Foto della manifestazione dell’8 ottobre in Piazza Municipio, Napoli
Il Testo di Andrea è sull’ultimo numero di Carta Settimanale (compratelo…)
Manifestazione nazionale a Roma il 13 dicembre per dire no alla legge Carfagna sulla prostituzione
perché non ha altre possibilità, perché è costretta a starci.
Andrea Morniroli
Le Foto della manifestazione dell’8 ottobre in Piazza Municipio, Napoli
Costo Rifiuti – Dossier di Cittadinanzattiva: caos nelle bollette
Avellino –
Rifiuti a peso d’oro: in Campania, la spesa media annua del servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani è di 262 euro, ben 45 euro in più rispetto alla media nazionale, pari a 217. In positivo, nell’ultimo anno non si è registrato alcun aumento a fronte di un incremento tariffario che in Italia dal 2006 al 2007 è stato del 3,8% su base nazionale.In assoluto, in Italia la spesa media annua più alta si registra in Sicilia con 280 euro, la più bassa in Molise (117), a dimostrazione di una marcata differenza tra aree geografiche del Paese, che trova conferma anche all’interno di una stessa Regione. In Campania, a Caserta la Tarsu arriva sfiorare i 400 euro, più del doppio rispetto ad Avellino (168 euro), ben 110 euro in più rispetto a Napoli, 142 euro in più rispetto a Benevento e 180 in più rispetto a Salerno.
Nello studio realizzato dall’Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva in occasione della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti, l’analisi a carattere regionale e nazionale del servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani in termini di costo sopportato da una famiglia di tre persone con reddito lordo complessivo di 44.200 euro ed una casa di proprietà di 100 metri quadri. L’indagine, condotta con il contributo dei rilevatori civici di Cittadinanzattiva, ha riguardato tutti i capoluoghi di provincia nel 2007.
Caro bollette: in media, in un anno una famiglia tipo ha sostenuto nel 2007 una spesa di 217 euro per il servizio di smaltimento dei rifiuti solidi urbani, con Siracusa quale città più cara per le tariffe rifiuti (400€) e Reggio Calabria la più economica (95€).
Inoltre, in Italia da gennaio 2000 a ottobre 2008, secondo dati Istat, l’incremento registrato a livello di tariffe è stato del 47,5%.
A più di dieci anni dal Decreto Ronchi del 1997, nessuno dei cinque i capoluoghi campani è passato dalla Tarsu alla Tia, anche se, rispetto al 2006, in nessun capoluogo campano si registra un incremento tariffario.
Da qui le proposte:
Inserire nel pacchetto anticrisi l’eliminazione della addizionale provinciale, che può pesare fino al 5% del totale della spesa sostenuta per i rifiuti; Esenzioni di Tarsu e Tia per i beneficiari della social card; Per il 2009 blocco delle tariffe rifiuti e, dal 2010, introduzione di un tetto massimo agli aumenti annuali delle tariffe pari al tasso di inflazione programmato; Attuare il comma 461 dell’articolo 2 della Legge Finanziari 2008 (l. 244/2007) che prevede l’obbligo per i Comuni di strumenti di partecipazione civica degli utenti e di tutela dei diritti dei cittadini nei servizi pubblici locali; Piano nazionale di educazione e di responsabilizzazione, mediante incentivi fiscali a beneficio di famiglie, imprese e grande distribuzione, per lo sviluppo della raccolta differenziata e la riduzione dei rifiuti, a partire da imballaggi e confezioni dei prodotti; Piano pluriennale di incentivi e sanzioni per i Comuni e i rispettivi amministratori locali che non raggiungeranno l’obiettivo stabilito della copertura del 40% di raccolta differenziata dei rifiuti entro il 2010/11
Non ne facciamo una bomboniera
Quando presento Napoli e il suo centro urbano agli stranieri mi trovo sempre dinanzi a un problema: la parola bomboniera non è traducibile. Allora devo spiegarmi meglio per dire che Napoli, che soffre ritardi e degrado, ha la fortuna di non essere stata trasformata in una bomboniera.
In diverse città europee invece, la sintesi fra storia locale e interventi di riqualificazione ha prodotto un effetto bomboniera: un habitat gradevole, con gli spazi pubblici e gli edifici recuperati. Un riuso che ha concentrato la cura sulle pietre, sullo spazio fisico, spesso senza preoccuparsi di trovare una vera rigenerazione degli usi. Ecco quindi tanti luoghi aulici che diventano contenitori di improbabili esposizioni, non sapendo bene cosa farne. Una sorta di museificazione della città, con edifici da contemplare. Parti urbane che sono diventate un grande plastico in scala uno a uno, dove però si evoca solo il passato, suggerendo che il presente può essere solo la rievocazione di quello che è stato.
Il centro urbano di Napoli, invece, è ricco di dinamiche di lenta trasformazione, non è stato gentrificato né monumentalizzato: si tratta di una opportunità da cogliere evitando di farne un presepio in cui proiettare le nostre nostalgie.
Da tempo è provato che gli interventi che non provvedono alle cure per le reti antropiche, alle attività che animano la città determinandone quella grande qualità che è la densa mixité (varietà di popolazioni e usi con una densità quasi caotica), quando vanno bene, producono bomboniere magari belle da vedere ma sostanzialmente impoverite di funzioni e flussi vitali. In diversi casi la bomboniera diventa attrattore di flussi turistici che però possono arrivare a fagocitare le parti urbane facendo arricchire solo alcuni; sostanzialmente deteriorano la città e la qualità della vita di buona parte della popolazione. Anche un certo recupero di attività artigianali e commerciali può rientrare in questa strategia sconsigliabile, con botteghe trasformate in boutique che espongono e commercializzano prodotti presunti tipici che spesso sono identici in ogni dove.
Il documento di orientamento strategico che nei prossimi giorni verrà presentato dal Comune e dalla Regione per gli interventi nel centro storico si concentra sugli interventi sullo spazio fisico, nella convinzione, di cui gli architetti sono ascoltati paladini, che sia l´assetto fisico della città a determinare la qualità della vita e la sua attrattività. Anche la considerazione più comune del patrimonio è schiacciata sull´attenzione allo spazio fisico.
Il recupero e la riqualificazione degli spazi aperti e degli edifici sono certamente rilevanti, in diversi casi improrogabili. È certo però che senza una straordinaria attenzione a un progetto di infrastrutturazione dell´economia e dei servizi culturali e sociali, anche nel centro storico, ogni programma è destinato all´insuccesso. Potranno goderne i settori legati ai lavori edili, i proprietari che vedranno aumentare – ancor più – i valori immobiliari delle loro case e botteghe, ma complessivamente il profilo qualitativo della città non migliorerà. È risibile l´ipocrisia di quelle scelte che mettono un po´ di interventi sociali, con il coinvolgimento di qualche parrocchia e il riuso approssimativo di qualche bene confiscato. Una strategia efficace, realmente competitiva, non può relegare ai margini gli interventi sulle reti immateriali, sui servizi sociali. È una convinzione dei governanti illuminati prima che degli assistenti sociali. Una certezza che in realtà vale anche per le periferie. Un´intenzione che può diventare progetto, rilanciando interventi che, nati nel centro storico della città, sono considerati d´avanguardia nello sfondo delle politiche sociali europee.
Non ne facciamo una bomboniera
Quando presento Napoli e il suo centro urbano agli stranieri mi trovo sempre dinanzi a un problema: la parola bomboniera non è traducibile. Allora devo spiegarmi meglio per dire che Napoli, che soffre ritardi e degrado, ha la fortuna di non essere stata trasformata in una bomboniera.
In diverse città europee invece, la sintesi fra storia locale e interventi di riqualificazione ha prodotto un effetto bomboniera: un habitat gradevole, con gli spazi pubblici e gli edifici recuperati. Un riuso che ha concentrato la cura sulle pietre, sullo spazio fisico, spesso senza preoccuparsi di trovare una vera rigenerazione degli usi. Ecco quindi tanti luoghi aulici che diventano contenitori di improbabili esposizioni, non sapendo bene cosa farne. Una sorta di museificazione della città, con edifici da contemplare. Parti urbane che sono diventate un grande plastico in scala uno a uno, dove però si evoca solo il passato, suggerendo che il presente può essere solo la rievocazione di quello che è stato.
Il centro urbano di Napoli, invece, è ricco di dinamiche di lenta trasformazione, non è stato gentrificato né monumentalizzato: si tratta di una opportunità da cogliere evitando di farne un presepio in cui proiettare le nostre nostalgie.
Da tempo è provato che gli interventi che non provvedono alle cure per le reti antropiche, alle attività che animano la città determinandone quella grande qualità che è la densa mixité (varietà di popolazioni e usi con una densità quasi caotica), quando vanno bene, producono bomboniere magari belle da vedere ma sostanzialmente impoverite di funzioni e flussi vitali. In diversi casi la bomboniera diventa attrattore di flussi turistici che però possono arrivare a fagocitare le parti urbane facendo arricchire solo alcuni; sostanzialmente deteriorano la città e la qualità della vita di buona parte della popolazione. Anche un certo recupero di attività artigianali e commerciali può rientrare in questa strategia sconsigliabile, con botteghe trasformate in boutique che espongono e commercializzano prodotti presunti tipici che spesso sono identici in ogni dove.
Il documento di orientamento strategico che nei prossimi giorni verrà presentato dal Comune e dalla Regione per gli interventi nel centro storico si concentra sugli interventi sullo spazio fisico, nella convinzione, di cui gli architetti sono ascoltati paladini, che sia l´assetto fisico della città a determinare la qualità della vita e la sua attrattività. Anche la considerazione più comune del patrimonio è schiacciata sull´attenzione allo spazio fisico.
Il recupero e la riqualificazione degli spazi aperti e degli edifici sono certamente rilevanti, in diversi casi improrogabili. È certo però che senza una straordinaria attenzione a un progetto di infrastrutturazione dell´economia e dei servizi culturali e sociali, anche nel centro storico, ogni programma è destinato all´insuccesso. Potranno goderne i settori legati ai lavori edili, i proprietari che vedranno aumentare – ancor più – i valori immobiliari delle loro case e botteghe, ma complessivamente il profilo qualitativo della città non migliorerà. È risibile l´ipocrisia di quelle scelte che mettono un po´ di interventi sociali, con il coinvolgimento di qualche parrocchia e il riuso approssimativo di qualche bene confiscato. Una strategia efficace, realmente competitiva, non può relegare ai margini gli interventi sulle reti immateriali, sui servizi sociali. È una convinzione dei governanti illuminati prima che degli assistenti sociali. Una certezza che in realtà vale anche per le periferie. Un´intenzione che può diventare progetto, rilanciando interventi che, nati nel centro storico della città, sono considerati d´avanguardia nello sfondo delle politiche sociali europee.
Centro storico, l’altra Bagnoli
«Si tratta di una delle più antiche città d’Europa… I tracciati delle sue strade, la ricchezza dei suoi edifici caratterizzanti epoche diverse conferiscono al sito un valore universale senza uguali, che ha esercitato una profonda influenza su gran parte dell’Europa e al di là dei confini di questa».
Sono queste le motivazioni con le quali l’Unesco ha inserito nel 1996 il centro storico di Napoli nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità. Il suo recupero, se ben progettato, organizzato, guidato, eseguito, potrebbe divenire un avvenimento nella storia della città, un evento per l’urbanistica mondiale, un caso di successo (o di insuccesso) di cui parlerebbe il mondo intero, come è avvenuto per il recupero a Barcellona del Barrio gotico, a New York per Harlem, o a Berlino. C’è questa consapevolezza nella classe dirigente napoletana, nel mondo della cultura, delle professioni, delle imprese, e nell’opinione pubblica più vasta?
Diversamente da ciò che è avvenuto nelle altre tre città, la discussione è ristretta agli addetti ai lavori, e non è diventata ancora passione e confronto collettivo neanche sui giornali, se si esclude qualche tradizionale punzecchiatura tra urbanisti. Eppure i tempi stringono e le decisioni da prendere non vanno al di là della fine di quest’anno. Com’è noto sono stati riservati 200 milioni di fondi europei a tale scopo (a cui si aggiungono 20 di cofinanziamento da parte del Comune di Napoli) e la proposta concreta per il loro utilizzo doveva essere già presentata entro il 30 settembre.
Con questo articolo provo a dire la mia, visto che quando ero in Regione a seguire il nuovo programma di utilizzo dei fondi europei ho voluto uno stanziamento ad hoc per il centro storico, augurandomi che su questo argomento sia la stessa amministrazione della città a promuovere un confronto di massa prima di assumere le proprie determinazioni.
Il sito Unesco interessa il centro storico per 700 ettari, il 16% dell’intero territorio della città, con una popolazione di quasi 300 mila abitanti. So che il Comune di Napoli vorrebbe sì proporre un intervento in un’area più ristretta, 16 kmq, ma che spazierebbe comunque tra ben 10 quartieri e 4 municipalità, da Castel dell’Ovo all’Albergo dei Poveri, da Monte Echia a porta Capuana, da via Marina a Caponapoli. Io penso che ci si possa limitare ai due decumani e alle zone interconnesse, cioè alla zona greco-romana e medievale, ridando alla stazione centrale il ruolo di porta della città, attraverso un percorso totalmente pedonalizzato che immetta direttamente nel cuore antico di Napoli. Meglio, dunque, un intervento limitato, ristretto, ben organizzato, che a sua volta funga da modello organizzativo e realizzativo per gli altri da fare. Se l’area è troppo ampia, non solo le risorse sono insufficienti, ma si rischia di preferire un’opera di «decoro» a un’azione di radicale ed esemplare trasformazione urbana.
È chiaro che qualsiasi scelta di riqualificazione deve essere inserita in una proposta di più ampio respiro. Non esiste nessun progetto urbanistico valido se non ha «un’anima», cioè se non si chiarisce bene quale assetto sociale si intende favorire. È certo che l’attuale stato dei luoghi e l’attuale configurazione della popolazione prevalente nel centro antico non permettono un suo stabile utilizzo a fini culturali, turistici, o quant’altro. Oggi, in quei luoghi, la classe egemone è quella caratterizzata da redditi bassi e da attività illegali, rispetto al blocco sociale del recente passato dove predominava l’artigianato e il lavoro sommerso.
Non esiste al mondo nessun sito turistico al cui interno dominano attività criminali. È questa una delle principali questioni storiche da affrontare. Napoli è l’eccezione tra le città occidentali: il suo centro storico non ha funzioni direzionali, né finanziarie, né commerciali di lusso, né vi abitano i ceti più benestanti. È come se si fosse formata una periferia nel suo cuore antico, caratterizzata da un fortissimo sovraffollamento di famiglie a bassissimo reddito. Questa peculiarità è stata per anni motivo di forti contrasti tra due schieramenti: tra chi riteneva ciò una ricchezza rispetto a tutte le grandi metropoli del mondo, e a chi invece si augurava che il mercato immobiliare, finalmente libero da vincoli, potesse riportare Napoli nella normalità, relegando in periferia i ceti sociali non in grado di reggere ai vertiginosi cambi di valore degli immobili. Queste due posizioni si sono così irrigidite da dare vita a una vera e propria contrapposizione ideologica. Ne hanno fatto le spese tutti i programmi di riqualificazione proposti negli ultimi anni, compresi alcuni che potevano essere corretti e non totalmente respinti. Naturalmente un po’ di diffidenza era giustificata dopo i disastri del laurismo e delle prime giunte a guida Dc. Ma il totale immobilismo in quella parte della città ha condizionato tutte le altre scelte, come ad esempio costruire un Centro direzionale quasi in periferia, spostare le Università altrove con gravi problemi per gli studenti (Monte Sant’Angelo), non avere nessun grande albergo o una ospitalità turistica diffusa come avviene invece in tutti i centri antichi delle città d’arte.
Come conciliare l’integrità fisica e la identità sociale del cuore della città senza che ciò porti all’inazione; come difendere questa particolare composizione della popolazione senza che essa blocchi le potenzialità turistiche; come lasciare la peculiarità di zona fittamente abitata e al tempo stesso chiuderla al traffico veicolare recuperando spazi per bisogni elementari (parcheggi, verde attrezzato, parchi-giochi): sono queste alcune delle difficili decisioni da prendere. E, dunque, se non si vuole «deportare» la popolazione meno abbiente, bisogna però avanzare una proposta che rompa con l’attuale dominio di comportamenti illegali e spesso criminali. Fare del centro storico di Napoli un campus universitario urbano mi sembra una proposta di grande interesse. Si può rafforzare così un polo sociale altrettanto forte con funzioni di contrappeso rispetto a quello preesistente. Insomma un blocco sociale, con possibilità di divenire maggioritario nel tempo, cementato dagli studi, dalla cultura, dalla formazione, dalla produzione culturale, dall’accoglienza dei turisti e che, al tempo stesso, non perda il carattere di luogo vissuto e ampiamente abitato. Che siano, cioè, le Università con tutte le loro esigenze a plasmare l’assetto futuro del centro storico, più di quanto abbiano fatto nel passato. Che siano gli studenti e i professori il motore della riqualificazione.
La sfida è di fare di una grande città, e del suo centro storico, ciò che sono città più piccole, che vivono sul binomio «studio e accoglienza», senza contrasto tra studenti e turisti, quali Siena, Urbino, Pavia, o Salamanca. Andando in controtendenza rispetto a Roma e Milano che stanno trasferendo fuori dal centro le attività universitarie. E poiché non ci sono grandi proprietà immobiliari private, ma sono gli enti pubblici ad avere più patrimonio nel centro storico (Lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune) assieme alla Chiesa, sono questi enti che debbono darsi da fare. Un’operazione di questo tipo ha bisogno, certo, anche di capitali privati. Si potrebbe dare vita ad una società pubblico-privato con il compito di andare a cercare sui mercati finanziari capitali per una delle più grandi operazioni di recupero urbano al mondo. Con la premessa che rivolgendosi a studenti che si vogliono portare a risiedere a Napoli (molto, molto più di ciò che avviene ora), il capitale privato dovrebbe scommettere su di un ritorno dell’investimento meno rapido di quello a cui si è abituati nell’edilizia residenziale. In questo senso si calmierebbe il mercato e si offrirebbero sistemazioni più civili delle attuali. Anche gli Iacp potrebbero far parte di questo progetto, concentrando i loro programmi sul recupero del già costruito, facendo vivere insieme negli stessi palazzi ristrutturati studenti e beneficiari dell’alloggio popolare. E naturalmente l’arcidiocesi di Napoli potrebbe mettere a disposizione i numerosi conventi per questa operazione, com’è avvenuto a Pavia. Il tutto dovrebbe partire, lo ripeto, da un primo intervento su un’area ristretta, capace d’innescare un effetto a catena del recupero, offrendo incentivi ai proprietari privati sulla base del progetto Sirena, che andrebbe concentrato solo nell’area oggetto dell’intervento. E offrendo anche contributi per insediamenti di imprese, riservandoli però solo a quelle di carattere culturale e turistico.
Il centro storico di Napoli ha una potenzialità enorme, secondo me più di Bagnoli, più dell’area orientale. Napoli sarà sempre una città malata se resterà malato il suo cuore antico.
ragnatela
un
incontro tra produttori e con i consumatori, la sperimentazione di un
modello che impegna entrambi al fine di eliminare i passaggi
intermedi valorizzando i rapporti sociali, il piacere ed il gusto
Un mercato di
piccola scala ma non di nicchia che possa diffondere forme
autogestite di scambio e pratiche di autocertificazione della qualità
dei cibi e degli altri prodotti, del modo dell’etica con la quale
sono coltivati/realizzati, azzerando così il profitto (filiera
corta).
In linea con
“mercato senza mercanti” terra/TERRA di Roma l’idea
è di realizzare un appuntamento mensile del
mercato
C_umano “ragnatela”
ed un punto SPA (Spaccio Popolare Autogestito), uno SPAzio pensato
sia per diffondere i prodotti della “RETE>RAGNATELA”,
sia per informare diffondere e “connettere” esperienze e
realtà che difficilmente sarebbero "visibili".
All’interno dello SPA ci sarebbe un centro di documentazione dove si
può visionare il catalogo dei prodotti e le schede di
autocertificazione in cui sono descritte le caratteristiche di
ciascun prodotto esposto, le tecniche di coltivazione/realizzazione
utilizzate, le caratteristiche del terreno, la provenienza dei semi e
l’indicazione del prezzo sorgente.
L’autocertificazione
svincola il produttore biologico (non certificato) dalle speculazioni
dell’agro-business, restituendogli la responsabilità del
proprio lavoro. La qualità di un prodotto è espressione
della qualità della vita e dell’ambiente in cui viene
generato.
Il prezzo
sorgente,
praticato dal produttore prima di ogni altro ricarico della catena
commerciale, promuove una relazione basata sull’etica della
responsabilità e sulla cooperazione produttiva.
L’agricoltura
in partenariato,
impegna reciprocamente produttore e consumatore, tende a sviluppare e
rafforzare le piccole economie locali attraverso un sistema di
produzione basato sul ruolo attivo del consumatore (co-produttore).
(dal sito del mercato terraterra,
31 Ottobre 2007)
Acquistando i
prodotti di questo mercato, oltre ad assicurarti alimenti sani e di
migliore qualità rispetto a quelli che trovi al
supermercato, partecipi ad un’importante azione di sostegno
all’agricoltura locale e familiare, oggi minacciata dal modello
agricolo industriale e dalle regole della grande distribuzione. I
contadini che partecipano a questo mercato, non solo coltivano e
trasformano i loro prodotti con metodi biologici ed ecocompatibili,
ma svolgono un’importante funzione di conservazione del
territorio e di trasmissione dei saperi legati alla terra ed al
nostro patrimonio agro-alimentare. L’agricoltura
contadina rischia oggi di scomparire e con lei una fetta
importantissima delle nostre conoscenze e del nostro patrimonio
culturale. Un’ alleanza forte tra piccoli produttori e
consumatori delle grandi città può contribuire ad
arrestare questo processo. Ed è per questo che noi
organizziamo questo mercato e perché crediamo che il cibo non
possa essere considerato una merce. Ed è per
questo che il prodotto che acquisterai oltre al suo valore
intrinseco porta con sé un importantissimo valore sociale.
Durante il
giorno incontri/cerchi
> gruppi d’acquisto, movimenti contadini, mobilità
sostenibile, casecomuni, ecovillaggi, fonti rinnovabili, artigiani,
artisti, scambi e regali, immigrazione…
Per
approfondire alcune tematiche attraverso il racconto di esperienze
significative, aprire nuovi percorsi di riflessione, elaborare
consapevolezze ed interrogativi
Per
“connettere” per quanto possibile realtà tipo la
ciclofficina in città e nuova contadinità in campagna,
per dare gambe a progetti comuni, ampliare le reti di solidarietà,
favorire gli scambi, trovare soluzioni concrete che ci permettano di
continuare a credere in ciò che facciamo e ciò in cui
crediamo.
INFO VARIE
“ragnatela”
si svolge nel cortile di casacuma o in caso di pioggia in versione
ridotta all’interno.
ORARI
Dalle 10 alle
22 di domenica 30.11.2008 (appuntamento mensile ogni prima o ultima
domenica del mese, come capita…)
PRODUTTORI
Le
degustazioni e assaggi sono gratuiti ma hanno il fine di far
conoscere una scelta di vita, un lavoro artigiano, una passione, un
sapere, un impegno, un sacrificio; vi suggeriamo di approfittare
dell’occasione, oltre che per “bere e mangiare”,
anche per “capire” il senso di ciò che facciamo.
Casacuma
avrà un “CAPPELLO MAGICO” per un contributo spese
libero!
Chi
desidera può contribuire con viveri e bevande da condividere
LOGISTICA
STOVIGLIE
A casacuma
non si utilizza plastica e l’unico lavello che abbiamo non
basta rispetto al numero di persone che arrivano pertanto ognuno è
invitato a venire munito di bicchiere/ gavetta, piatto e posate.
FUMO
Negli spazi
interni non si fuma. Negli spazi esterni la cicca è di chi
fuma!
CANI
Nel rispetto
di chi espone i frutti del proprio lavoro, dell’incolumità
dei bambini, di chi mangia e beve, del giardino e degli spazi
interni, insomma di tutti, visto i precedenti, se il cane è
“vivace” vi chiediamo di tenerlo al guinzaglio, e cmq di
raccogliere gli eventuali ricordi del loro passaggio.
RIFIUTI
Non
produciamoli, se qualcosa resta differenziamoli!
Vi preghiamo anche di riportarvi a
casa eventuali rimanenze di oggetti di baratto regalo o scambio.
Per aderire
contatta:
(www.myspace.com/casacuma;
casacuma@yahoo.it
) ( www.pazzariello.splinder.com;
kapaelion@libero.it
)
Gaza: arrestato pacifista italiano a Gaza.
«Un pacifista italiano, Vittorio Arrigoni, è stato arrestato martedì scorso dalla marina militare israeliana mentre si trovava a sette miglia dalla costa, al largo della Striscia di Gaza, su un peschereccio insieme a una quindicina di pescatori palestinesi.
Arrigoni aveva deciso, insieme ad altri due attivisti internazionali per i diritti umani, uno scozzese e uno statunitense, di accompagnare i palestinesi mentre si procuravano il cibo. La marina israeliana ha requisito il peschereccio e arrestato tutti i presenti nonostante stessero pescando in un’area di mare nella quale gli accordi internazionali riconoscono il diritto alla pesca per i palestinesi.
Detenuto senza aver commesso alcun reato, è stato fermato per essere espulso dal governo israeliano in quanto “persona non gradita”; attualmente si trova in carcere a Ramla a circa 30 chilometri da Tel Aviv.
L’Italia si attivi subito per la liberazione di un suo cittadino detenuto illegalmente da un altro Paese – dichiara Vittorio Agnoletto, eurodeputato di Rifondazione comunista/Sinistra europea, che questa mattina ha contattato telefonicamente il pacifista italiano – .
Vittorio Arrigoni mi ha comunicato che da stamane ha iniziato uno sciopero della fame.
Inconcepibile che una persona venga sequestrata dalle autorità di uno Stato, in attesa di un’espulsione immotivata, visto che Arrigoni non ha nemmeno mai messo piede in Israele: infatti è arrivato direttamente a Gaza a settembre, con una nave di pacifisti. Il governo italiano non può tacere di fronte a quanto accaduto nelle acque palestinesi.
Oggi presenterò un’interrogazione parlamentare alla Commissione europea, affinchè chieda a Israele di rispettare le convenzioni internazionali, e in particolare gli accordi di Oslo sul conflitto arabo-israeliano, che sanciscono l’autogoverno palestinese nell’area di Gaza e la possibilità dei pescatori palestinesi di pescare in un’area di mare fino a 20 miglia dalla costa oltre che il transito sicuro delle persone in quell’area.
Israele gode con l’Europa di un rapporto di partnership particolare: non può calpestare in questo modo i diritti di un cittadino europeo, senza che le istituzioni europee muovano un dito».
21 novembre 2008 – www.carta.org
L’orizzonte zapatista
Da Carta, un articolo uscito ieri sul quotidiano messicano La Jornada che, a venticinque
anni dalla nascita dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale [Ezln],
disegna l’esperienza degli zapatisti in Messico e le loro relazioni sociali e
politiche.
«Ya se mira el horizonte», dice la prima strofa dell’inno
zapatista.. Quell’orizzonte non è una destinazione lontana o irraggiungibile.
Non è un’idea astratta. Almeno in parte, le comunità ribelli del sudest
messicano l’hanno trasformato in un fatto reale.
Questo lunedì 17 novembre si
sono compiuti 25 anni dalla fondazione dell’Esercito zapatista di liberazione
nazionale [Ezln]. Due decenni e mezzo di un’esperienza che ha trasformato la
politica e la società messicana e che ha ispirato le molteplici forme
dell’arcipelago altromondista che in molti paesi lotta per un altro mondo.
Lo
zapatismo ha costruito una delle esperienze di autogestione più profonde e
innovatrici di quante si siano viste in America latina: la Comune della
Lacandona. Nonostante l’accerchiamento militare e l’offensiva economica contro
di loro, le comunità ribelli si sono date forme di autogoverno stabile, vivono
secondo le loro regole e si sono fatte carico del proprio sviluppo.
Lungi
dall’esaurirsi col tempo, il trascorrere degli anni consolida e approfondisce il
loro laboratorio di futuro alternativo e di un’altra politica. L’autonomia qui
non solo è una proposta o una rivendicazione politica, ma un fatto pratico,
un’esperienza sistematizzata; è pensiero con i piedi per terra.
Quest’impresa
di resistenza ribelle è riferimento e stimolo per milioni di indigeni in tutto
il paese.
È una dimostrazione che l’autonomia di fatto è possibile. È la
prova che esiste chi non si arrende né si vende.
Durante quindici anni
quattro amministrazioni federali e sei statali hanno destinato risorse
miliardarie per contenere e distruggere lo zapatismo. Non ci sono riuscite.
Malgrado abbiano speso migliaia di milioni di pesos in opere pubbliche, progetti
produttivi, forniture alimentari e per comperare le coscienze, non sono riusciti
a spegnere la fiamma della dignità indigena. I ribelli non accettano un solo
pesos dai governi. Il denaro governativo è arrivato con il bastone. La
persecuzione poliziesco-militare contro l’insurrezione non cessa. L’Esercito
messicano mantiene acquartierato nella zona ribelle migliaia di uomini. I
pattugliamenti sono costanti. Tuttavia, né questa presenza né quella dei diversi
corpi di polizia sono riusciti disarticolare la resistenza.
Tra le
conseguenze immediate che l’insurrezione zapatista ha avuto per il movimento
sociale, c’è quella di aver costruito una visione di ciò che è possibile
raggiungere con la lotta, molto più ampia di quella esistente fino al 1994. Il
margine di azione statale è minore, e maggiori sono le concessioni che deve fare
alle organizzazioni. Anche se non sempre lo sanno né ne approfittano, i
movimenti indipendenti hanno oggi uno spazio molto più ampio per il loro
sviluppo.
Dal 1994, quando si stabilì la Convenzione nazionale democratica,
gli zapatisti hanno convocato diverse iniziative per organizzare e offrire un
canale allo scontento nazionale.
Nella maggioranza dei casi hanno proposto
che fossero altri a guidarle. Fino all’Altra Campagna nessuna ha avuto successo:
sono tutte naufragate in mezzo alle dispute interne di potere delle diverse
personalità e correnti di sinistra. L’Altra Campagna aspetta ancora la grande
prova del fuoco. E’ ancora pendente la diffusione di un programma nazionale di
lotta e la dimostrazione di fino a dove sono arrivate le reti di solidarietà ed
azione costruite durante il cammino.
Gli zapatisti mantengono grandi simpatie
nel mondo indio, tra i giovani, tra i contadini poveri e i coloni urbani. Al
contrario, l’appoggio di cui godevano tra importanti settori del mondo
intellettuale è svanito. La solidarietà che qualche volta hanno raccolto tra
ampie frange della sinistra di partito si è trasformata in decisa avversione.
Molte delle Ong che qualche volta sono state vicine alla loro causa si sono ora
allontanate.
L’insurrezione del 1994 ha rianimato e stimolato la formazione
di importanti movimenti sociali rivendicativi e di opposizione. Per anni l’Ezln
è stato il catalizzatore delle proteste sociali di diversissimo segno al di
fuori della sua area di influenza diretta. Oggi questa funzione sembra essere
giunta alla fine. Gli zapatisti sembrano aver privilegiato la costruzione delle
proprie forze. Importanti movimenti politici e sociali fuori della sua orbita di
ascendenza non hanno meritato, da parte sua, espressioni esplicite di
solidarietà. [.]
Come è successo molte volte dal 1994, c’è chi ora assicura
che i ribelli non hanno più impatto nel paese. L’esperienza mostra che chi
afferma questo si sbaglia. I ribelli sono tornati al centro della politica
nazionale con successo più di una volta. Sebbene alcune delle loro definizioni
politiche possano essere state sbagliate, contano su un capitale etico enorme
che conferisce loro credibilità e capacità di convocazione.
Lo zapatismo
rappresenta una rottura formidabile con i vecchi modi di fare politica che,
nonostante il trascorrere degli anni, conserva la sua freschezza. A venticinque
anni dalla fondazione dell’Ezln il suo orizzonte è qui e continuerà a farsi
sentire.
manifestazione nazionale per i diritti delle donne
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l’allegato originale
Manifestazione Nazionale
delle Donne a Roma Sabato 22 Novembre 2008
“Contro la violenza alle
donne”
In occasione della
manifestazione che si terrà sabato a Roma vorrei ricordare il recente episodio
di cronaca che ha coinvolto SHAMSIA, una ragazza afgana sfigurata da alcuni
integralisti perché si ostinava a frequentare la scuola. Dopo l’accaduto SHAMSIA
reagisce dichiarando “Voglio continuare con la scuola anche se dovessero
uccidermi”. A lei vorrei dedicare la mia presenza alla manifestazione di Sabato
22 Novembre a Roma contro la violenza alle donne. A lei come simbolo di coraggio
contro ogni forma di violenza, sopraffazione ed ingiustizia che le donne
di tutto il mondo subiscono quotidianamente. Che sia un esempio per tutte noi e
ci sproni a rialzare la voce, a ricomporci ancora per arginare le politiche
reazionarie che ledono la nostra autodeterminazione, per consolidare una
solidarietà di genere che ci dia la forza di esprimere le nostre idee, la nostra
cultura e di denunciare le continue ed innumerevoli difficoltà delle nostre vite
quotidiane condotte troppo spesso senza alcun sostegno e riconoscimento sociale.
Ida Orabona
<a
href=”mailto:idaorabona@hotmail.it”
target=_blank>idaorabona@hotmail.it
<font face="Times New Roman"
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