Cantiere Sociale Arcipelago Napoli

creare ponti per pensare una città diversa

Archive for Settembre 2008

Lo sguardo tragico che legge la città

nessun commento

di Giovanni Laino
la Repubblica Napoli, 29-09-2008

Quando presento Napoli agli stranieri, utilizzo due dipinti. Un murales: la “Battaglia tra i Centauri e i Lapiti”, fatto da Piero di Cosimo, nel 1505, ore esposto alla National Gallery di Londra e un murales di Marc Chagall, del 1919, “Decorazioni per teatro ebraico” di Mosca. Pur molto diverse fra loro, le due opere raffigurano una scena molto movimentata che, su un paesaggio delicato e suggestivo, presenta o richiama grande agitazione, teatralità, lotta frammista a danza, simboli fallici, gente che perde la testa; acrobati e figure inumane agitati nelle relazioni, fra arte, musica e conflitto, in un insieme che è allo stesso tempo un orgia, un grande happening, un teatro di guerra.
Le due immagini funzionano bene perché da molto tempo per rappresentare Napoli si sente il bisogno di ricorrere a metafore che suggeriscono la particolarità cosmica della città: “serena sull’abisso”, “terremoto quotidiano”, “paradiso abitato da diavoli”. Continua…

Written by cantieresocialenapoli

29 Settembre 2008 alle 16:45

Pubblicato in spazio pubblico

Lo sguardo tragico che legge la città

nessun commento

di Giovanni Laino
la Repubblica Napoli, 29-09-2008

Quando presento Napoli agli stranieri, utilizzo due dipinti. Un murales: la “Battaglia tra i Centauri e i Lapiti”, fatto da Piero di Cosimo, nel 1505, ore esposto alla National Gallery di Londra e un murales di Marc Chagall, del 1919, “Decorazioni per teatro ebraico” di Mosca. Pur molto diverse fra loro, le due opere raffigurano una scena molto movimentata che, su un paesaggio delicato e suggestivo, presenta o richiama grande agitazione, teatralità, lotta frammista a danza, simboli fallici, gente che perde la testa; acrobati e figure inumane agitati nelle relazioni, fra arte, musica e conflitto, in un insieme che è allo stesso tempo un orgia, un grande happening, un teatro di guerra.
Le due immagini funzionano bene perché da molto tempo per rappresentare Napoli si sente il bisogno di ricorrere a metafore che suggeriscono la particolarità cosmica della città: “serena sull’abisso”, “terremoto quotidiano”, “paradiso abitato da diavoli”. Continua…

Written by cantieresocialenapoli

29 Settembre 2008 alle 16:45

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fino al 4 ottobre, lì a castelvolturno

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forse dovremmo fermarci, smettere ogni cosa, riunirci in un luogo grande, lì a castelvolturno, fino al giorno della manifestazione del 4 ottobre. Leggere con attenzione la lettera a gomorra di roberto saviano, dove dice :

Written by cantieresocialenapoli

28 Settembre 2008 alle 09:34

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Il grido d’accusa dello scrittore dopo la strage di Castel Volturno

“Davvero pensate che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro impegno?”

Saviano, lettera a Gomorra tra killer e omertà

di ROBERTO SAVIANO 22 settembre 2008

I RESPONSABILI hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così.

Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.

E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com’è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l’amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, “così è sempre stato e sempre sarà così”?

Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient’altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire “non faccio niente di male, sono una persona onesta” per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull’anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?

Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d’azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d’Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.

Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e’ mezzanotte.

Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere nel mirino, non se l’aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima di aprire l’autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano.

Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l’unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l’unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della Dia.

Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al “Roxy bar”, uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l’anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer.

L’11 luglio uccidono al Lido “La Fiorente” di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all’aperto del “Bar Kubana” e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al “Bar Freedom” di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini.

Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici.

Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone.

Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d’ora dopo aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria “Ob Ob Exotic Fashion” di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.

Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n’è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto.

Ammazzano chiunque si opponga. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l’opinione pubblica che girava questa “paranza di fuoco”. Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castel Volturno.

Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne hanno a disposizione poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d’alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.

Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle hometown dell’Africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.

Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del Mediterraneo. Abusivo l’ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell’abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana.

I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime, capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari.

E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani – e fra questi nessuno viene dalla Nigeria – colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire non dev’esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati.

I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti “trafficanti” come furono “camorristi” Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.

Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco “Sandokan” Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.

Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole.

Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi? Non c’è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d’Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli?

È storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.

Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un’enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: “Quello s’è fatto i soldi”. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate?

Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all’84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l’Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all’anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com’è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com’è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce.

Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l’ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l’arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po’ nervoso, un po’ triste e soprattutto solo.

Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti.

Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c’era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato.

Cos’ha fatto Carmelina, cos’hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l’autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)?

Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c’è perdita, perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.

E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c’è ordine, che almeno c’è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell’unico mondo possibile sicuramente.

Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c’è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo.

La Calabria ha il Pil più basso d’Italia ma “Cosa Nuova”, ossia la ?ndrangheta, fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.

Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L’alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.

Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l’isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.

“Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?”, domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljo?a. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo?

Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un’altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c’è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l’atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l’anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.

Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l’abitudine. Abituarsi che non ci sia null’altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.

Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio.

Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l’immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.

Written by cantieresocialenapoli

28 Settembre 2008 alle 09:31

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La miseria. La guerra di camorra. Gli immigrati “che rubano il lavoro”
Gli italiani tra Napoli e Caserta si sentono assediati, e scappano: 120.000 “i pendolari della fame”
2008, fuga dalla Campania. Ma lo Stato fa finta di nulla

GIAMPAOLO VISETTI www.repubblica.it 27 settembre 2008

CASERTA – I nove furgoni bianchi, senza sedili posteriori, accendono le luci alle undici di sera. Gli uomini, accovacciati sulla lamiera, ora ci sono tutti. Nel piazzale, fuori dal casello dell’autostrada a Caserta Nord, le donne finiscono di distribuire nel buio il bagaglio per la settimana. Una sporta verde a testa: birre e sette panini con la pancetta, scottata perché si conservi. Sembra tutto pronto e invece la carovana dei nuovi emigranti aspetta sotto la pioggia calda. Non tutti ottantacinque hanno soldi. I bambini che portano le sigarette li vogliono subito. Poi il primo Ducato, senza che qualcuno saluti, si muove. I poveri che ogni notte partono dalla Campania, a centinaia, leggono i biglietti con l’indirizzo di fabbriche e cantieri del Nord.
Venti euro al giorno, in nero. Meno degli immigrati africani, o dell’Est, che cuciono pellami e stoffe nei capannoni abusivi di Casal di Principe. Se non c’è lavoro, niente. “Salire” però è un lusso. Chi “va via”, chi “lavora su”, acquista il diritto di credere in un imprevisto. “Il sottoproletariato marginale – dice Giovanni Laino, dell’Associazione Quartieri spagnoli di Napoli – è ormai un destino collettivo. Non ci sono più casi di riscatto: la povertà è diventata patrimonio ed eredità tra generazioni”. Il fallimento della politica, locale e nazionale, è questa esplosiva paralisi sociale.
Impensabile, per i nuovi emigranti italiani, pagare un affitto, o spostare la famiglia. Mangiano e dormono nei furgoni. Una settimana di fatica e una giornata di sonno, l’unica a casa, prima di tornare al casello. Gli altri, migliaia, fuggono dalla miseria in treno. I vagoni della notte, senza cuccetta, finiscono di riempirsi a Napoli. I giovani, carichi di valige di plastica e di neonati, raggiungono parenti a Bologna, Padova, o Milano. Oltre i quarant’anni invece sono pendolari. Camerieri, braccianti, autisti, operai, soldati: dall’alba alla notte fino a Roma, Firenze, Bologna, nelle Marche.
Il Meridione, per sopravvivere, dopo mezzo secolo si rimette in marcia. Il “rinascimento campano” è finito. In un anno, dal Sud al Nord, sono emigrati in 120 mila. Cinquantamila solo dalla Campania, più 65 mila emigrati pendolari e 26 mila finiti all’estero. Napoli nel 2007 ha perso il 14 per cento degli abitanti. Nel resto del Paese pochi se ne accorgono. Nessuno ne parla. Ma la massa impressionante dei poveri, in maggioranza invisibili alle statistiche, cresce e fa paura. “Più dei rifiuti – dice il sociologo Giovanni Sgritta – più dei tifosi violenti, dei rom o degli immigrati”.
Chi resta non ha alternative. Concetta, a Giugliano, alleva sei figli in una stanza di dodici metri quadrati, senza pavimento e priva di intonaco. Ha ventidue anni ed è riuscita a finire le elementari. Quando tutti sono a letto, per qualche ora, fa entrare chi la paga. Antonio, in giugno, ha perduto la pizzeria di Mondragone. Strozzato dal mutuo, non ha pagato le rate all’usuraio cui lo ha indirizzato la sua banca. “Era un amico – dice – per punirmi mi ha fatto violentare la moglie, di cinquant’anni”.
È in questo deserto che lo Stato consegna la Campania al “Sistema”. La camorra si nutre di vuoto. Ad Acerra, per dare una lezione ai bambini che non volevano diventare “pali”, in una notte ha fatto segare panchine, alberi e lampioni. A Benevento ferma i vecchi che rubano scatolette al supermercato. O pagano la metà, o il cibo viene sequestrato. “Ormai – dice Gaetano Romano, direttore della Caritas campana – solo la criminalità ha soldi da investire e lavoro da offrire. La regione si trasforma in una holding camorristica. Migliaia di genitori, in questi giorni, hanno potuto comprare i libri di scuola grazie agli spacciatori. Per la prima volta la stanchezza dei poveri, la rabbia degli immigrati e la concentrazione dei criminali, generano una spinta inarginabile. Così, Napoli e la Campania, precipitano nell’abisso del razzismo”.
Non è, purtroppo, un’emergenza. Lo è però la novità generata: i poveri del Sud, in crescita vertiginosa, in Italia non sono più un argomento pubblico e nessuno si muove davanti allo scoppio della loro disperazione. Decenni di allarmi, ingigantiti per battere cassa: e ora che la marea sale davvero, marcita nel razzismo, nessuno che ci badi. “I poveri sono anonimi e faticosi – dice padre Antonio Valletti nel centro Hurtado di Scampia – e ci fanno vergognare. Per il Paese non sono più una voce di spesa. Riconoscerli imporrebbe un intervento. Alla pubblicità, signora dell’opinione pubblica, non piacciono: in tivù, non esistono. Così la politica non ha interesse ad allargare lo spazio dei loro diritti. Dobbiamo prendere atto che siamo l’Africa dell’Europa: con più violenza e meno dignità”.
I numeri confermano. La Campania è ormai la regione europea con la concentrazione più alta di famiglie povere, di disoccupati, di donne che non lavorano e di minorenni in miseria. Poco meno di 2 milioni in regione, 240 mila solo a Napoli. Quasi uno su tre non ha il necessario per sopravvivere. Due su dieci non mangiano più di tre volte alla settimana. Otto su dieci non possono pagare l’affitto. I disoccupati sfiorano il 40 per cento. Tra chi lavora, due su dieci guadagna meno di mille euro al mese, uno su dieci meno di 500. Oltre la metà dei residenti accumula almeno 200 euro di debiti al mese. Il pil pro capite è di 16 mila euro all’anno, contro i 33 mila della Lombardia. Un contratto su due è a termine. La dispersione scolastica è del 45 per cento.
Tra le 80 regioni europee più arretrate, occupa la posizione numero 68. I poveri, nel Meridione, sono ormai poco meno di 6 milioni. “L’agghiacciante verità taciuta – dice Luigi Tamburro, presidente del banco alimentare di Caserta, il più grande d’Italia – è che migliaia di persone e di bambini ormai fanno la fame. La società della competitività, fondata sul consumo, ha esaurito il proprio serbatoio di umanità. Siamo soli davanti ad una tragedia italiana di cui si ignora la pericolosità”. Centinaia di dibattiti, politici, storici e letterari: retorica sulla “questione meridionale”, nessun aiuto concreto. L’Italia, con la Grecia, è l’unica nazione europea a non avere un piano di lotta contro la povertà. L’unica ad aver cancellato ogni sostegno.
Finiti i soldi anche per l’assegno, 350 euro al mese, della Regione Campania. Il rapporto annuale della Commissione contro l’esclusione sociale, è ignorato.
Il nuovo governo non l’ha mai nemmeno riunita. Per questo nel giorno di San Gennaro, patrono di Napoli, la mensa di piazza del Carmine scoppia. In fila, tra anziani e immigrati, anche genitori e figli. Parlano della strage degli africani, nella notte, a Castelvolturno. Condannano la rivolta degli immigrati contro gli omicidi. “Questa volta – dice Gaetano, disoccupato con due bambine in braccio – i Casalesi hanno fatto bene. I negri andavano puniti: rubano i lavori e noi finiamo a mangiare dai preti”.
Una guerra nuova: non solo tra i poveri, ma tra questi e la criminalità che, sconfitto lo Stato, deve difendersi dalla rivolta dei propri sicari, o di nuovi concorrenti. “La Campania – dice Alex Zanotelli, missionario alla Sanità – non è più un serbatoio significativo di schiavi per il Nord. Il Paese ha scelto: musulmani e neri, per pagare ancora meno la mano d’opera clandestina e ammorbidire l’islam. Lo scontro esplode qui: italiani poveri contro stranieri poveri. Vincono i secondi, perché la Campania ormai è la piattaforma logistica per le scorie non smaltibili dell’Europa. Solo un africano accetta di vivere in una discarica e riconosce l’affare spietato tra politica e criminalità, il patto massone per la “somalizzazione” del Sud. Lo Stato ci mette terra, uomini e miseria, la camorra soldi e controllo. Non si capisce che siamo prossimi all’esplosione. Chi può scappa: nelle strade si agita una massa di disperati che non ha più nulla da perdere”.
Dopo trent’anni di rifiuti tossici che hanno distrutto l’agricoltura, qui si aspettavano i soldati per bonificare i terreni. Invece i militari arrivano per presidiare nuove discariche e nuovi inceneritori. “L’immagine-simbolo – dice Maurizio Braucci, tra gli sceneggiatori di “Gomorra” – è quella di Ponticelli. Una folla di poveri, stracciati e sporchi, nascosti dietro montagne di immondizia, che prende a sassate famiglie di zingari in fuga. È il simbolo della Campania, ma pure del Paese che ha scelto la militarizzazione sociale. Indifferenti all’evidenza dello scandalo: perché i mediatori della miseria vivono di paura, perché chi ha voce e potere appartiene al sistema che trasforma l’emergenza cronica in povertà”.
Eppure l’Italia in recessione, che nega o minimizza, con questa miseria che straripa deve fare i conti. L’abisso non è più costruito di casi estremi, ma di normalità. Lucia, a Sant’Angelo dei Lombardi, ritira ogni mese una pensione di 580 euro. Ne spende 360 d’affitto e 100 per aiutare il figlio disoccupato. “Per cibo, bollette, medicine e vestiti – dice – mi restano 4 euro al giorno”. Ad Aversa decine di bambini vanno a scuola lunedì, mercoledì e venerdì. Martedì, giovedì e sabato lavorano per la criminalità: 50 euro al giorno, per pagarsi vitto e alloggio in famiglia.
“Il Paese – dice don Luigi Merola, ex parroco a Forcella, costretto a lasciare per le minacce di morte e oggi sotto scorta – alla povertà si è arreso. Taglia i fondi all’istruzione, finge che l’occupazione sia una questione del mercato, condanna i poveri alla delinquenza. L’accelerazione della deriva di Campania e Meridione nella miseria, sotto gli occhi di tutti, è spaventosa. Se non diventa il problema centrale del Paese, il federalismo si tradurrà in una scissione nordista di fatto. L’unico esercito che al Sud faceva paura era quello degli insegnanti: toglierli significa ammettere di mirare al consenso attraverso il controllo della camorra”.
La gente, resa apatica da una storia di prepotenze e umiliazioni, è scossa da una paura nuova. “Anche la solidarietà – dice la sociologa Enrica Morlicchio – è allo stremo. Città e paesi sono in mano agli usurai, che riciclano denaro sporco ricattando i poveri. Le case della Campania sono depositi di armi e droga: unica fonte di sostentamento anche per le famiglie oneste”.
Nei salotti ci si consola ricordando la miseria del dopoguerra. Ma lo spettro ormai ha un profilo preciso: “l’assalto ai forni”, la rivolta dei poveri contro lo Stato assente che li ignora. “Il governo – dice Antonio Mattone della comunità di Sant’Egidio – non lotta più contro la povertà, ma contro i poveri. La violenza di quest’anno a Napoli, contro le discariche, contro i rom e contro gli immigrati, è stata premiata. La lezione è semplice: se è filmata dalle tivù, in base alle opportunità elettorali, la violenza della piazza decide. Un cortocircuito civile che in Campania può travolgere tutti. I poveri ormai sono la maggioranza, non rispondono più a nessuno, cominciano a unirsi. Il Sud in miseria, fondato su emigranti, immigrati e criminali, sta spazzando via la politica ostaggio della finanza: l’Italia rischia di smarrire la fiducia non nella ripresa, ma nella democrazia”.
Come Marina. Da trent’anni vive in un sottoscala a Villa Literno grazie ai 600 euro concessi alla figlia colpita da un’encefalite. È mezzogiorno e il figlio più grande, disoccupato, dorme davanti al focolare spento. L’altra figlia, separata, oggi non ha cibo per i tre bambini. Questa notte l’hanno presa mentre stava per tuffarsi dal balcone nel vicolo. “Se l’assisto – dice – non posso lavorare. Se lavoro, perdo il diritto al suo assegno”.
Una frattura storica, la rottura del vincolo tra miserabile, favore e potere. Migliaia di fantasmi, in Campania, si chiedono cosa significhi, se ancora abbia una valore, essere liberi. “La scure che sta tagliando il Paese – dice Marco Rossi Doria, maestro di strada – è la fine dell’interesse della politica per chi ha bisogno di giustizia. La vigliaccheria dell’italietta, la rimozione collettiva della povertà, consente alle istituzioni di confrontarsi esclusivamente con l’economia. I tagli alla scuola, che ricacciano i bambini del Sud nelle strade, sono il simbolo di una condanna definitiva alle mafie. Questo accanimento particolare contro i poveri, con l’arma dell’istruzione negata nel nome del rigore, è il via libera pubblico alla criminalità”.
Nessuno, in Campania, invoca il fallito assistenzialismo clientelare del passato. In una terra divisa tra fuga e guerra, non ci si vergogna però più di lanciare un “allarme nazionale sui poveri”. “Ogni settimana – dice il sociologo Enrico Rebeggiani – se ne vanno centinaia di donne sole. Non era mai accaduto. La regione, come il resto del Sud, si svuota di giovani intraprendenti. La politica è ridotta a reclutamento dei leader prepotenti delle moltiplicate ribellioni possibili: solitamente accade quando i regimi autoritari sono al tramonto”.
Per questo, affrontare il cambiamento con l’emergenza che mobilita esercito, polizia e ronde, alimenta la ritirata. “Il Paese – dice Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus – deve riconoscere una responsabilità nuova verso i poveri. Sacrificare la Campania e il Meridione alla paranoia della sinistra contro Berlusconi, non legittima solo la corruzione del potere: distrae una coscienza civile e trascina l’Italia dalla povertà regionale alla cultura nazionale dell’arretratezza armata”. In via S. Maria Ante Saecula 109, rione Sanità a Napoli la casa grigia di Totò, chiusa e quasi introvabile, è abbandonata. Sembra crollare. Nel “basso” hanno aperto un’officina abusiva. Il Comune aveva promesso al mondo un museo. È stata venduta a un anonimo privato. Un vigile tira un lenzuolo blu, steso ad asciugare dalla casa di fronte. Copre anche la targa, sporca e illeggibile. Forse vuol cancellare chi, anticipando una tragedia, faceva ridere. Ed è stato confuso con un comico.

Written by cantieresocialenapoli

28 Settembre 2008 alle 09:16

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siamo tutti un poco meno soli

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le foto della manifestazione qui (usate la funzione slideshow per ingrandire)


Tantissimi in piazza e l’impegno “gridato” della Cgil di Napoli e della Campania ad essere dalla parte dei più deboli, sempre.
Denunciati pubblicamente la vergogna delle impronte ai bambini rom e le responsabilità del governo e della prefettura di napoli. Sdegno e lutto per gli episodi di violenza, le stragi, il razzismo in città. Rottura con stampa e media per il vergognoso silenzio che cade sulle posizioni e sulle iniziative del più grande sindacato italiano.
“Questo è solo l’inizio!” – si è gridato dal palco – “l’inizio del nostro autunno caldo. Come per Atitech e Alitalia, come per gli immigrati e per i precari, per i rom, gli operai, i pensionati, difenderemo i diritti dei più deboli, fino in fondo”.
Speriamo di averlo sempre accanto nelle nostre questo sindacato di oggi.

Written by cantieresocialenapoli

27 Settembre 2008 alle 17:20

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Oggi si va….al jatevenne day staz.metro chiaiano ore 16 e…

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Sabato 27 settembre
Napoli – Da Piazza Mancini ore 9 a Piazza del Gesù
Sul sito CGIL in diretta tutte le Piazze d’Italia


CAROVANA DELLA PACE

SABATO 27 SETTEMBRE 2008
dalle ore 10,00 alle ore 14,00
si parlerà di acqua e rifiuti
Sala Maria Cristina della Basilica di Santa Chiara
Napoli

Pomeriggio a Cimitile
dalle ore 17,30 alle ore 22,30
Riflessione sul libro:”S.Paolino da Nola, un uomo liberato dalla Parola”
Con Monsignor Bregantini

DOMENICA 28 SETTEMBRE 2008
A CASERTA
DALLE ORE 11.00 ALLE ORE 17,00



Ulteriori dettagli http://www.carovanadellapace.it/

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27 Settembre 2008 alle 08:10

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Zi’curezza

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Si è presa dieci giorni per decidere sulla delibera, Zi’curezza. Intanto a Pianura succede…. e noi sospiriamo che almeno sono tutti vivi, e sospiriamo che quelli di luglio stanno ancora negli alberghi, e sospiriamo che a chi è qui con richiesta di asilo politico non si è capaci di dare rifugio, e sospiriamo che sul massacro di castelvolturno non abbiamo sentito una parola dalle nostre amministrazioni, e sospiriamo che in questa città i mediatori possono essere picchiati e sospiriamo che in strada accanto agli immigrati e ai mediatori ci sono solo i terribili centri sociali, e sospiriamo che su questi fatti speculi anche la sinistra tutta, dispersa in rivoli e strategie di potere, invece di mobilitarsi davvero, sospiriamo che non basta solo decidere di multare solo i clienti, sospiriamo che Zi’curezza sostenga la cittadinanza attiva con fatti concreti, condensando i nostri sospiri per una città che sia realmente di tutti.

Intanto che Zi’curezza riflette noi ci incontriamo con le associazioni lunedì 29 da Gesco alle 15.
* Foto di Anna

Written by cantieresocialenapoli

26 Settembre 2008 alle 09:40

a 30 anni dalla legge Basaglia

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Abbiamo una parte piccolissima rispetto ai veri promotori, la Cooperativa Dedalus, e a tutti quelli (operatori, volontari, militanti) che ci faticano davvero, ma ci siamo anche noi del Cantiere, e ne siamo fiere/i, nella promozione di questo calendario di eventi che richiama l’attenzione sulle politiche di welfare rivolte alla cura della persona, alla valorizzazione delle differenze, al lavoro sociale, alla salute mentale … e non solo. Promuoviamo, partecipiamo e chiamiamo tutti i nostri amici e gli amici degli amici ad esserci.
Il tutto incomincia domani, nell’Aula Magna di Sociologia, con “Nicole e le altre… Immagini e incontri sul transessualismo e dintorni”.

Trovate qui, la locandina e l’invito sull’evento di domani, la locandina con il calendario di eventi, la scheda di iscrizione al/ai seminari.

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25 Settembre 2008 alle 11:23

Il rischio oltre il marciapiede

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da “La Voce”

IL RISCHIO OLTRE IL MARCIAPIEDE

di
Francesca Bettio Daniela Del Boca e Maria Laura Di Tommaso

23.09.2008

Non è chiara la logica economica del disegno di legge Maroni-Carfagna, ma è abbastanza prevedibile quali saranno i risultati: non una riduzione della prostituzione ma un suo semplice spostamento dalla strada ai luoghi chiusi. La formulazione della norma ignora l’evidenza empirica sui rischi di questa scelta, così come emerge dall’esperienza di altri paesi. Contenere e indirizzare il mercato attraverso strumenti economici piuttosto che affrontarlo con soli strumenti penali darebbe in Italia risultati certamente migliori.

Nel disegno di legge Maroni-Carfagna si introduce il reato di esercizio della prostituzione in strada e, più in generale, “in luogo pubblico” e si prevede la punizione sia dei clienti che delle prostitute con l’arresto da 5 a 15 giorni e l’ammenda da 200 fino a 3000 euro. Per chi sfrutta la prostituzione minorile da 6 a 12 anni, sono previste multe da 15mila a 150mila euro. Dopo cinquanta anni cambia così la legge Merlin, la norma che decideva la regolamentazione della prostituzione in Italia e la chiusura delle cosiddette “case chiuse”.

I DATI DELL’OIM

Se il disegno avrà una qualche efficacia, finirà soprattutto con l’indirizzare la prostituzione di strada verso luoghi chiusi. Tuttavia, la formulazione di una legge seria non può ignorare l’evidenza scientifica sui rischi che il semplice spostamento in luogo chiuso può comportare nelle condizioni attuali.
Da qualche tempo, la Organizzazione internazionale per la migrazione gestisce un programma di assistenza delle persone coinvolte nel cosiddetto traffico a scopo di prostituzione e
raccoglie dati individuali. Anche se il traffico coinvolge solo una parte dell’offerta straniera di prostituzione che opera nel nostro paese, l’analisi di questi dati è sufficientemente eloquente sui rischi che il disegno di legge comporta.
L’Italia figura fra i più importanti paesi ospiti del traffico a scopo di sfruttamento sessuale, con il 5 per cento del totale nella base dati Oim al 2006. Per circa 2600 delle donne ammesse dall’Iom al proprio programma di assistenza tra il 2000 e il 2006 si conoscono il luogo di lavoro e, quindi, il segmento del mercato in cui operavano al momento del contatto con l’Organizzazione: circa la metà è collocabile in un segmento medio alto che comprende bar, night-club e servizi di ’scorta’; l’altra metà comprende il lavoro in strada, in appartamenti privati, in massage-parlour e in hotel o motel, soprattutto i primi due.
Se si considera il segmento più esposto a sfruttamenti e abusi, quello medio basso, e si confronta quanto riportato da chi si prostituiva per strada e da chi operava in appartamenti, massage-parlour, hotel o motel nel lasso di tempo considerato, se ne ricava che il luogo chiuso, e specialmente l’appartamento privato, favorisce un aumento degli episodi di violenza, riduce la libertà di movimento, la possibilità di usare il preservativo e la possibilità di accedere a cure mediche in caso di bisogno. In particolare, i dati registrano un aumento di 3 punti percentuali dell’incidenza di episodi di violenza fisica e di stupro perpetrati sulle prostitute nei luoghi chiusi rispetto a quanto succede in strada, ma lo scarto sale a più 10 punti percentuali se il confronto è con i soli appartamenti privati. Inoltre, i casi di diniego totale di libertà di movimento aumentano del 33 per cento; quelli in cui l’uso del preservativo è regolarmente permesso scendono del 32 per cento; infine, i casi in cui l’accesso a cure mediche è sistematicamente negato salgono del 18 per cento.

L’ESPERIENZA DI ALTRI PAESI

Il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro per la prostituzione al chiuso controllata da reti più o meno criminose è confermato non solo da analisi statistiche più sofisticate di questi stessi dati Oim, ma anche da una lunga tradizione di altri studi e rapporti. Per esempio, la legge del 1998 sulla criminalizzazione dei clienti in Svezia ha avuto effetti perversi e non previsti dal legislatore: la prostituzione non solo è diventata più invisibile con un aumento di quella esercitata nelle case e attraverso internet, ma soprattutto è diventato più difficile combattere il traffico di esseri umani e lo sfruttamento perché i clienti non collaborano con le autorità. Un’altra conseguenza non prevista è la diminuzione dell’uso dei preservativi perché sono ritenuti prove della colpevolezza dei clienti.
Una ricerca su Parigi, Stoccolma, Amsterdam e Madrid, che hanno problemi simili a quelli creatisi nelle città italiane per l’afflusso di donne straniere da paesi poveri, mostra come le diverse politiche convergano verso pratiche comuni: ondate di repressione anti-straniere, con conseguente riorganizzazione in condizioni peggiori al chiuso e soprattutto difficoltà di contatto con le vittime di tratta.
Il disegno di legge Maroni-Carfagna ammicca proprio alle soluzioni abolizioniste della Svezia e della Norvegia, dove la sanzione è imposta al cliente, per raccogliere anche le simpatie di benpensanti e di una parte delle donne. Ma se la soluzione svedese è nota, è meno noto che gli esiti sono abbastanza insoddisfacenti. I clienti multati sono stati pochi, in parte perché la domanda si è spostata altrove – al chiuso e appena oltre confine. In parte perché il cliente tipo è un maschio del tutto normale, come testimoniato da varie ricerche e quindi lo si può individuare solo se si ostina ad ‘adescare’ in modo abbastanza plateale.
La variante norvegese invece riconosce che, per chi esercita, la prostituzione è una fonte di reddito, non sempre di facile rimpiazzo. Così la legge recentemente approvata criminalizza i clienti, ma riconosce al contempo che per molte donne coinvolte si elimina una fonte di reddito. Pertanto, lo stesso governo eroga trasferimenti a quelle organizzazioni che offrono a queste donne soluzioni alternative. Alcune aziende, tra le quali l’Ikea, si sono impegnate ad assumere ex prostitute. L’esempio della Norvegia ci suggerisce che, in realtà, l’efficacia di un qualsiasi provvedimento sulla prostituzione non può prescindere dalla considerazione che per molte delle donne coinvolte si tratta pur sempre di un’opportunità di lavoro, che, a seconda del contesto economico e normativo, si traduce in pesanti condizioni di sfruttamento piuttosto che in laute opportunità di guadagno.

UN LAVORO COME UN ALTRO

In Italia, sarebbe anche auspicabile rafforzare uno strumento legislativo che già esiste ed è per molti versi avanzato nel contesto europeo, l’articolo 18 del Testo unico sull’immigrazione (1998) che sancisce per le vittime della tratta il diritto alla protezione e all’assistenza. Negli anni passati, ha permesso di proteggere le persone sfruttate o vittime di tratta che decidono di uscire dal racket, assicurando l’anonimità e proponendo percorsi di formazione e inserimento sociale e lavorativo. Al tempo stesso, ha favorito la denuncia degli sfruttatori e ha rafforzato la collaborazione tra enti locali, associazioni, magistratura e forze dell’ordine .
Se il luogo in cui viene esercitata la prostituzione è importante per la comunità, si inizi a trattarla come altri lavori, così da poter influire anche sul dove la si può esercitare, se necessario. Una possibile soluzione, seguendo la linea tracciata dall’Olanda, è mettere a disposizione delle aree, come ha già fatto il comune di Venezia. Ma è soprattutto l’esempio della Germania che potrebbe aiutare a disegnare una politica di regolamentazione del mercato. La prostituzione è legale, ma regolamentata. In alcune zone è proibito prostituirsi per strada. Chi esercita la prostituzione deve pagare le tasse e rispettare alcune norme di sicurezza se si svolge in luoghi chiusi. Se inoltre esistono intermediari, si applica la normativa sui contratti tra lavoratore e datore di lavoro.
Contenere e indirizzare il mercato attraverso strumenti economici piuttosto che affrontarlo con soli strumenti penali avrebbe alcune conseguenze positive in un contesto come quello italiano: toglierebbe linfa vitale alle organizzazioni criminali che sfruttano situazioni di oppressione, aumenterebbe il gettito fiscale e permetterebbe una regolamentazione consona a esigenze di ordine pubblico.

PER SAPERNE DI PIÙ

- BettioF. e Nandi T.K. 2008 “Evidence on Women Trafficked for Sexual Exploitation. A Rights Based Approach”, di prossima pubblicazione su European Journal of Law and Economics.
- Carchedi F.,
Stridbeck U., Tola V. (2008) “Lo Zoning possibile. Governance della prostituzione e della tratta delle donne. Il caso di Venezia, Stoccolma ed Amsterdam”, Franco Angeli, Milano.
- Danna D. (2006) “Prostituzione e vita pubblica in quattro capitali europee” Carrocci, Roma.
- Della Giusta M:, Di Tommaso M.L., Shima, A. Strøm “What money buys: clients of street sex workers” in the US Applied Economics, 2007 vol. 9:1, p 1-17.
- Di Tommaso M.L., Shima, A. Strøm, S. Bettio F. (2007), “As bad as it gets. Well being deprivation of sexually exploited trafficked women”, Dept. of Economics, University of Oslo, Memorandum, 09/07, ISSN 0809-8786.

Written by cantieresocialenapoli

24 Settembre 2008 alle 08:41