Cantiere Sociale Arcipelago Napoli

creare ponti per pensare una città diversa

Archive for Aprile 18th, 2008

RI-COSTRUIAMO UNA VERA SINISTRA.

nessun commento

E’inutile girare intorno al problema, i compagni che non hanno votato lo hanno fatto per chiedere qualcosa di diverso.
Rifondazione e la sinistra in generale, si è ridotta, in questi ultimi anni, in un apparato che mira solo ed esclusivamente all’occupazione e al mantenimento delle poltrone (vedi caso Campania), stando lontano anni luce da quelli che sono i reali problemi della gente.
Il segnale che viene dal voto è forte e consapevole, e da questo segnale che bisogna ripartire, l’esistenza di una forza di sinistra in Italia non è una cosa interna al partito, è inutile fare il gioco delle tre carte, non sarà un semplice cambiamento di vertice, a sistemare le cose, bisogna cambiar rotta e dare voce alle migliaia di compagni e compagne non tesserati, che da sempre vivono e lottan tra la gente e per il bene comune.
Il cosiddetto “movimento” non è più disponibile ad otturarsi il naso, chiede una reale partecipazione democratica, dovete avere il coraggio di azzerare l’attuale classe dirigente, dare vita ad un nuovo soggetto “unitario”, che non sia un cartello elettorale, e avviare una nuova stagione, dove la parola “partecipazione” deve stare alla base di tutto il rinnovamento, e questa volta senza bleffare.
La futura nuova classe dirigente, deve essere scelta dalla base, utilizzando un sistema che sia simile a quello utilizzato per le primarie, rompendo il meccanismo delle tessere e delle clientele.
Credo che solo ponendo in essere un vero cambiamento si possa ri-costriure una sinistra italiana, che non si limiti ad essere solo una sorta di reperto archeologico.
A voi e a noi il compito di ripartire dal basso.

Mimmo Di Gennaro

Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 23:59

Pubblicato in cittadinanza sociale

RI-COSTRUIAMO UNA VERA SINISTRA.

nessun commento

E’inutile girare intorno al problema, i compagni che non hanno votato lo hanno fatto per chiedere qualcosa di diverso.
Rifondazione e la sinistra in generale, si è ridotta, in questi ultimi anni, in un apparato che mira solo ed esclusivamente all’occupazione e al mantenimento delle poltrone (vedi caso Campania), stando lontano anni luce da quelli che sono i reali problemi della gente.
Il segnale che viene dal voto è forte e consapevole, e da questo segnale che bisogna ripartire, l’esistenza di una forza di sinistra in Italia non è una cosa interna al partito, è inutile fare il gioco delle tre carte, non sarà un semplice cambiamento di vertice, a sistemare le cose, bisogna cambiar rotta e dare voce alle migliaia di compagni e compagne non tesserati, che da sempre vivono e lottan tra la gente e per il bene comune.
Il cosiddetto “movimento” non è più disponibile ad otturarsi il naso, chiede una reale partecipazione democratica, dovete avere il coraggio di azzerare l’attuale classe dirigente, dare vita ad un nuovo soggetto “unitario”, che non sia un cartello elettorale, e avviare una nuova stagione, dove la parola “partecipazione” deve stare alla base di tutto il rinnovamento, e questa volta senza bleffare.
La futura nuova classe dirigente, deve essere scelta dalla base, utilizzando un sistema che sia simile a quello utilizzato per le primarie, rompendo il meccanismo delle tessere e delle clientele.
Credo che solo ponendo in essere un vero cambiamento si possa ri-costriure una sinistra italiana, che non si limiti ad essere solo una sorta di reperto archeologico.
A voi e a noi il compito di ripartire dal basso.

Mimmo Di Gennaro

Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 21:59

Pubblicato in cittadinanza sociale

I forzati del desiderio

nessun commento

Noi, i forzati del desiderio (dal sito come don chisciotte)

DI UMBERTO GALIMBERTI

I Nuovi Vizi – Sette come quelli capitali, ma l’epoca moderna si e arricchita di altre patologie

Perché il consumismo è un vizio? Un vizio nuovo, perché sconosciuto alle generazioni che ci hanno preceduto. Non è forse vero che il consumo sollecita la produzione aiuta la crescita che tutti i paesi assumono come indicatore di benessere e si allarmano quando oscilla intorno allo zero?

Perché il consumismo è un vizio se è vero che mette alla porta di tutti una serie di scelte personali che un tempo erano riservate solo ai ricchi?

E cioè una varietà di alimenti che i nostri vecchi si sognavano, possibilità d’abbigliamento sconosciute alle generazioni precedenti, una serie infinita di elettrodomestici che riducono la fatica in casa regalando a chi ci vive, tempo libero per altre e più proficue attività?

Perché il consumismo è un vizio? Perché crea in noi una mentalità a tal punto nichilista da farci ritenere che solo adottando, in maniera metodica, e su ampia scala, il principio del consumo e della distruzione degli oggetti, possiamo garantirci identità, stato sociale , esercizio della libertà e benessere. Ma vediamo le cose più da vicino.

1. La circolarità produzione consumo. E’ noto che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere “circolare” del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci.

Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci “hanno bisogno” di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno si “prodotto”.

Continua…

Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 20:47

Pubblicato in decrescita, solitudini

nessun commento

Noi, i forzati del desiderio (dal sito

come don chisciotte)

DI UMBERTO GALIMBERTI

La Repubblica

I Nuovi Vizi – Sette come quelli capitali, ma l’epoca moderna si e arricchita di altre patologie

Perché il consumismo è un vizio? Un vizio nuovo, perché sconosciuto alle generazioni che ci hanno preceduto. Non è forse vero che il consumo sollecita la produzione aiuta la crescita che tutti i paesi assumono come indicatore di benessere e si allarmano quando oscilla intorno allo zero?

Perché il consumismo è un vizio se è vero che mette alla porta di tutti una serie di scelte personali che un tempo erano riservate solo ai ricchi?

E cioè una varietà di alimenti che i nostri vecchi si sognavano, possibilità d’abbigliamento sconosciute alle generazioni precedenti, una serie infinita di elettrodomestici che riducono la fatica in casa regalando a chi ci vive, tempo libero per altre e più proficue attività?

Perché il consumismo è un vizio? Perché crea in noi una mentalità a tal punto nichilista da farci ritenere che solo adottando, in maniera metodica, e su ampia scala, il principio del consumo e della distruzione degli oggetti, possiamo garantirci identità, stato sociale , esercizio della libertà e benessere. Ma vediamo le cose più da vicino.

1. La circolarità produzione consumo. E’ noto che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere “circolare” del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci.

Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci “hanno bisogno” di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno si “prodotto”.

A ciò provvede la pubblicità, che ha il compito di pareggiare il nostro bisogno di merci con il bisogno delle merci di essere consumate. I suoi inviti sono esplicite richieste a rinunciare agli oggetti che già possediamo, e che magari ancora svolgono un buon servizio, perché altri nel frattempo ne sono sopraggiunti, altri che “non si può non avere”. In una società opulenta come la nostra, dove l’identità di ciascuno è sempre più consegnata agli oggetti che possiede, i quali non solo sostituibili, ma “devono” essere sostituiti, ogni pubblicità è un appello alla distruzione.

2. Il principio della distruzione. Si tratta della distruzione, ma se l’espressione vi pare troppo forte usiamo pure la parola “consumo”, che non è la “fine” naturale di ogni prodotto, ma “il suo fine”. E questo non solo perché altrimenti si interromperebbe la catena produttiva, ma perché il progresso tecnico, sopravanzando le sue produzioni, rende obsoleti i prodotti, la cui fine non segna la conclusione di un’esistenza, ma fin dall’inizio ne costituisce lo scopo. In questo processo la produzione economica usa i consumatori come i suoi alleati per garantire la mortalità dei suoi prodotti, che poi la garanzia della sua immortalità.

Come condizione essenziale della produzione e del progresso tecnico, il consumo costretto a diventare “consumo forzato”, comincia a profilarsi come figura della distruttività, e la distruttività come un imperativo funzionale dell’apparato economico. Il “rispetto”, che Kant indicava come fondamento della legge morale, è disfunzionale al mondo dell’economia che, creando un mondo di cose sostituibili con modelli più avanzati, produce di continuo “un mondo da buttar via”. E siccome è molto improbabile che un’umanità, educata alla più spietata mancanza di rispetto nei confronti delle cose, mantenga questa virtù nei confronti degli uomini, non possiamo non convenire con Gunther Anders per il quale: “ L’umanità che tratta il mondo come un mondo da buttar via, tratta anche se stessa come un‘umanità da buttar via”.

3. L’inconsistenza delle cose. Che ne è delle cose, della loro consistenza, della loro durata, della loro stabilità? Da sempre le cose si consumano e diventano inutilizzabili, ma, nel ciclo produzione-consumo che non può interrompersi, esse sono pensate in vista di una loro rapida inutilizzabilità. Infatti è prevista non solo la loro transitorietà, ma addirittura la loro “data di scadenza” che è necessario sia il più possibile a breve termine. E così invece di limitarsi a concludere la loro esistenza, la fine delle cose è pensata sin dall’inizio come il loro scopo.

In questo processo, dove il principio della distruzione è immanente alla produzione, l’”uso” delle cose deve coincidere il più possibile con la loro “usura”. E se questo non è possibile per l’intero prodotto perché nessuno l’acquisterebbe, è sufficiente che lo sia per i pezzi di ricambio, il cui costo deve essere portato a livelli tali che persino piccole riparazioni vengano a costare, se non di più, almeno come un nuovo acquisto. Se questo non basta sarà la pubblicità a persuaderci che anche se la nostra automobile tecnicamente funziona ancora nel migliore dei modi, è il caso di sostituirla, perché “socialmente inadatta” e in ogni caso “non idonea al nostro prestigio”.

4. Il dissolvimento della durata temporale. Il tratto nichilista dell’economia consumista che vive della negazione del mondo da essa prodotto perché la sua permanenza significherebbe la sua fine, destruttura nei consumatori la dimensione del tempo, sostituendo alla durata temporale, che è fatta di passato, presente e futuro, la precarietà di un assoluto presente che non deve avere alcun rapporto col passato e col futuro.

E allora oltre alla produzione forzata del bisogno, ben oltre i limiti della sua rigenerazione fisiologica, il consumismo utilizza strategie, come ad esempio la moda, per opporsi alla resistenza dei prodotti, in modo da rendere ciò che è ancora “materialmente” utilizzabile, “socialmente” inutilizzabile, e perciò bisognoso di essere sostituito. E questo non vale solo per le innovazioni tecnologiche (televisioni, computer, cellulari), o per il guardaroba femminile (e oggi anche maschile), ma, e qui precipitiamo nell’assurdo, anche per gli armamenti.

Se un armamento resta inutilizzato per mancanza di guerre e quindi di potenziali acquirenti, o si inventano conflitti per “ragioni umanitarie”, o si producono armi “migliori” che rendono obsolete quelle precedenti. Anche se si fatica a capire in che cosa consista il “miglioramento” in una situazione in cui, con le armi a disposizione, già esiste per l’umanità la possibilità di sterminare se stessa in modo totale. Che senso ha in questo caso mettere sul mercato qualcosa di “meglio”?

5. La crisi dell’identità personale. Viene ora da chiedersi: quali sono gli effetti della cultura del consumismo sulla costruzione e sul mantenimento dell’identità personale? Disastrosi. Perché là dove le cose perdono la loro consistenza, il mondo diventa evanescente e con il mondo al nostra identità. Infatti, là dove gli oggetti durevoli sono sostituiti da prodotti destinati all’obsolescenza immediata, l’individuo, senza più punti di riferimento o luoghi di ancoraggio per la sua identità, perde la continuità della sua vita psichica, perché quell’ordine di riferimenti costanti, che è alla base della propria identità, si dissolve in una serie di riflessi fugaci, che sono le uniche risposte possibili a quel senso diffuso di irrealtà che la cultura del consumismo diffonde come immagine del mondo.

Là infatti dove un mondo fidato di oggetti e di sentimenti durevoli viene via via sostituito da un mondo popolato da immagini sfarfallanti, che si dissolvono con la stessa rapidità con cui appaiono, diventa sempre più difficile distinguere tra sogno e realtà, tra immaginazione e dati di fatto.

6. L’evanescenza della libertà. In una cultura del consumo dove nulla è durevole, la libertà non è più la scelta di una linea d’azione che porta all’individuazione, ma è la scelta di mantenersi aperta la libertà di scegliere, dove è sottinteso che le identità possono essere indossate e scartate come la cultura del consumo ci ha insegnato a fare con gli abiti.

Ma là dove la scelta non produce differenze, non modifica il corso delle cose, non avvia una catena di eventi che può risultare irreversibile, perché tutto è intercambiabile: dalle relazioni agli amanti, dai lavori ai vicini di casa, allora anche i rapporti fra gli uomini riproducono alla lettera i rapporti con i prodotti di consumo, dove il principio dell’”usa e getta” regola sia le “relazioni matrimoniali” sia le ”relazioni senza impegno”.

Che fare? Nulla. Perché l’identità personale a cui fare appello per arginare gli inconvenienti del consumismo non c’è più, essendo stata a sua volta risolta in un insieme di bisogni e desideri programmati dal mercato.

A differenza dei ”vizi capitali”che segnalano una “deviazione” della personalità i “nuovi vizi” ne segnalano il “dissolvimento” ,che tra l’altro non è neppure avvertito, perché investe indiscriminatamente tutti. I “nuovi vizi”, infatti, non sono personali, ma tendenze collettive, a cui l’individuo non può opporre una efficace resistenza individuale, pena l’esclusione sociale. E allora perché parlarne? Per esserne almeno consapevoli, e non scambiare come “valori della modernità” Quelli che invece sono solo i suoi disastrosi inconvenienti.

Umberto Galimberti

Fonte: http://www.repubblica.it

Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 20:40

Pubblicato in reti sociali, solitudini

Riprendimi, con cura

con un commento

di Giovanni Laino*

Due sceneggiatrici, Anna Negri che è anche la regista e Giovanna Mori, in modo autoironico e sapienziale si immedesimano in due documentaristi – i più precari di tutto il racconto – che investono le poche risorse che hanno, per fare un film sul precariato, riprendendo la vita quotidiana di una coppia di cineasti che da poco hanno avuto un bambino.

Nel film Riprendimi il due, il duale, è uno schema molto utilizzato nei diversi modi di costruire e realizzare il testo. Della coppia che si separa, Lucia fa la montatrice: è brava nei tagli e nelle ricomposizioni delle scene di vita degli altri ma prova un lancinante dolore dovendo trattare quelli che riguardano la sua esistenza; fa fatica, ma ne esce, cercando con fiducia una qualche disciplina della vita, trovando l’uomo che con più cura la riprende. Giovanni fa l’attore e, un po’ per opportunismo, un po’ perché realmente attraversato dalla crisi, da irrequietezze interiori, si sente vagabondo. Non è privo di ambiguità e non a caso interpreta Pietro, quello che tradisce ma anch’egli prende coscienza: “non è colpa di nessuno” e, attraversando le onde fra anelito alla libertà e bisogno di sicurezza, continua a procreare. I due conservano tratti adolescenziali nel misurarsi con la crescita di un bambino e, anche a causa della precarietà, mostrano lacune nella maturazione affettiva.

Per seguirli in presa diretta quando si dividono, anche il cameraman e il fonico devono separarsi. Si ritrovano solo per consumare un panino o un trancio di pizza in auto e fare il punto di un progetto che va spesso in crisi. La dualità attiene anche alle due principali figure maschili: Giovanni uomo viziato dalle cattive abitudini e dall’egoismo che lo spinge ad anteporre la sua felicità ad ogni cosa e Eros, il cameraman, tenero e rispettoso.

Continua…

*Riprendimi, Film di Anna Negri, con Alba Rohrwacher, Marco Foschi

** Su La Repubblica Napoli del 13 aprile 2007

Il sito ufficiale del film

Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 19:26

Pubblicato in cultura

Birmania

nessun commento

Lunedì 21 aprile ore 18,30
multicinema modernissimo.it
via cisterna dell’olio 49/59
napoli

Presentazione del libro
Viaggio in Myanmar.
La Birmania dal feudalesimo alla dittatura attraverso il colonialismo”
di Mariateresa Sivieri e Pietro Tormen - ed. Cleup
con proiezione di immagini accompagnate dalla musica di arpa birmana.

Introduce Luciano Stella.
Intervengono Mariateresa Sivieri, autrice del libro; Pietro Tormen, autore delle fotografie; Dario Del Giudice, Amnesty International Sezione Italia – Referente tematiche internazionali – Circoscrizione della Campania.

Sarà possibile inoltre avere informazioni sulla situazione dei diritti umani in Myanmar e sulla repressione del popolo birmano e dei monaci.
E’ possibile sottoscrivere l’appello di Amnesty: Myanmar: è il momento di rilasciare Aung San Suu Kyi! sul sito di Amnesty <
“>http://www.amnesty.it/appelli/appelli/Myanmar_Suu_Kyi?page=appelli> <http://www.amnesty.it/appelli/appelli/Myanmar_Suu_Kyi?page=appelli>

Il nome Myanmar, sconosciuto al grande pubblico che preferisce quello più familiare “Birmania”, è noto soprattutto nel mondo delle istituzioni internazionali e delle organizzazioni solidaristiche di società civile globale. La situazione del Myanmar è da decenni sotto i riflettori dell’ONU, dell’UNICEF, dell’UNESCO e del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (PNUD). Il governo è sotto costante osservazione affinché rispetti i fondamentali diritti della persona. Il Myanmar, pur facendo parte dei Trattati internazionali quali le Convenzioni di Ginevra del 1949, non ha mai ratificato i Patti internazionali del 1966 relativi ai diritti civili, politici, sociali, culturali ed economici.

Il libro ripercorre la storia dal feudalesimo alla dittatura attraverso il colonialismo, rivela l’accanimento dei militari sulla povera gente; le fotografie, seguendo un percorso di viaggio, esaltano la vita quotidiana, le bellezze naturali ed artistiche. Mariatersa Sivieri, laureata in lettere, insegnante per molti anni, ora in pensione, ha precedentemente trattato argomenti storici e naturalistici relativi al Veneto. Ora è andata molto più in là, ma i contenuti, oltre alla natura e la storia, affrontano decisamente la democrazia e l’autodeterminazione dei popoli. La parte fotografica è curata da Pietro Tormen, la prefazione di Antonio Papisca.



Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 19:00

I forzati del desiderio

nessun commento

Noi, i forzati del desiderio (dal sito come don chisciotte)

DI UMBERTO GALIMBERTI

I Nuovi Vizi – Sette come quelli capitali, ma l’epoca moderna si e arricchita di altre patologie

Perché il consumismo è un vizio? Un vizio nuovo, perché sconosciuto alle generazioni che ci hanno preceduto. Non è forse vero che il consumo sollecita la produzione aiuta la crescita che tutti i paesi assumono come indicatore di benessere e si allarmano quando oscilla intorno allo zero?

Perché il consumismo è un vizio se è vero che mette alla porta di tutti una serie di scelte personali che un tempo erano riservate solo ai ricchi?

E cioè una varietà di alimenti che i nostri vecchi si sognavano, possibilità d’abbigliamento sconosciute alle generazioni precedenti, una serie infinita di elettrodomestici che riducono la fatica in casa regalando a chi ci vive, tempo libero per altre e più proficue attività?

Perché il consumismo è un vizio? Perché crea in noi una mentalità a tal punto nichilista da farci ritenere che solo adottando, in maniera metodica, e su ampia scala, il principio del consumo e della distruzione degli oggetti, possiamo garantirci identità, stato sociale , esercizio della libertà e benessere. Ma vediamo le cose più da vicino.

1. La circolarità produzione consumo. E’ noto che produzione e consumo sono due aspetti di un medesimo processo, dove decisivo è il carattere “circolare” del processo, nel senso che non solo si producono merci per soddisfare bisogni, ma si producono anche bisogni per garantire la continuità della produzione delle merci.

Là infatti dove la produzione non tollera interruzioni, le merci “hanno bisogno” di essere consumate, e se il bisogno non è spontaneo, se di queste merci non si sente il bisogno, occorrerà che questo bisogno si “prodotto”.

Continua…

Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 18:47

Pubblicato in decrescita, solitudini

Riprendimi*, con cura

nessun commento

di Giovanni Laino*

Due sceneggiatrici, Anna Negri che è anche la regista e Giovanna Mori, in modo autoironico e sapienziale si immedesimano in due documentaristi – i più precari di tutto il racconto – che investono le poche risorse che hanno, per fare un film sul precariato, riprendendo la vita quotidiana di una coppia di cineasti che da poco hanno avuto un bambino.

Nel film Riprendimi il due, il duale, è uno schema molto utilizzato nei diversi modi di costruire e realizzare il testo. Della coppia che si separa, Lucia fa la montatrice: è brava nei tagli e nelle ricomposizioni delle scene di vita degli altri ma prova un lancinante dolore dovendo trattare quelli che riguardano la sua esistenza; fa fatica, ma ne esce, cercando con fiducia una qualche disciplina della vita, trovando l’uomo che con più cura la riprende. Giovanni fa l’attore e, un po’ per opportunismo, un po’ perché realmente attraversato dalla crisi, da irrequietezze interiori, si sente vagabondo. Non è privo di ambiguità e non a caso interpreta Pietro, quello che tradisce ma anch’egli prende coscienza: “non è colpa di nessuno” e, attraversando le onde fra anelito alla libertà e bisogno di sicurezza, continua a procreare. I due conservano tratti adolescenziali nel misurarsi con la crescita di un bambino e, anche a causa della precarietà, mostrano lacune nella maturazione affettiva.

Per seguirli in presa diretta quando si dividono, anche il cameraman e il fonico devono separarsi. Si ritrovano solo per consumare un panino o un trancio di pizza in auto e fare il punto di un progetto che va spesso in crisi. La dualità attiene anche alle due principali figure maschili: Giovanni uomo viziato dalle cattive abitudini e dall’egoismo che lo spinge ad anteporre la sua felicità ad ogni cosa e Eros, il cameraman, tenero e rispettoso.

Come in un libro di Franco La Cecla, il film parla dell’inevitabile conflitto nei congedi, anche quando uno dei due, con forza, implora:lasciami ! In realtà il film tratta della separAzione che, esito sempre più frequente della debolezza dei rapporti, è una condizione trasversale della vita contemporanea. I due filmaker cercano di documentare come l’instabilità lavorativa influenzi la storia affettiva sino a determinare precarietà dei legami. Pur prendendo coscienza di quanto scombussolamento può comportare la frammentazione e la rarefazione della società liquida, qualcuno fa notare che dall’epoca dei nonni, “le corna sono le corna” e implicano sempre una rottura di un patto di lealtà oggi sempre meno sostenuto da vincoli e conformismo sociale.

Uno dei meriti del film è la presentazione molto realistica, ironica e tenera dei personaggi, di atmosfere, anche paradossali. La scena del set della fiction con i frati intorno al povero Cristo, rappresenta forse una generazione di maschi che non sanno che fare, disorientati fra vecchi modi di fare sessisti, cornici di senso non più idonee e limitata capacità di amare. Come pure le diverse scene che riportano il peso delle routine quotidiane in cui coloro che si ritengono creativi e talentuosi, si sentono spesso imprigionati.

Il film mantiene una cifra di commedia italiana che, pur emozionando, non intende intristire, senza nascondere l’esperienza della morte: in questa mutazione delle condizioni di vita, forse anche più di prima, nel disorientamento e con il mal di cuore, c’è chi resta solo e chi non c’è la fa.

Evitando facili semplificazioni, le autrici suggeriscono che è nell’amore che occorre aver fiducia, considerando la cura, l’accuratezza nel fare con tenacia un lavoro, nel preparare del cibo, come nel rispetto dell’altro, un criterio di discernimento nell’incertezza che non può scomparire. Senza credere ai quadretti felici della pubblicità ingannevole, è necessario imparare a fare i conti con il mal di cuore e con la durezza di alcuni traumi che possono portare vicino o oltre la soglia di povertà. Affiora però anche una diversa prospettiva, meno sostenibile: nell’esperienza del senso di inadeguatezza dei personaggi più che il mal d’amore emerge un nuovo disagio della civiltà, che come “il coltello della dispersione” scompone la struttura profonda del modo di sentire e cercare se stessi e il legame con l’altro, i modi possibili della convivenza. Certo ha senso costruire forme solidali recuperando le tracce di comunità che pure ci sono ma occorre prendere atto che la stabilità, la continuità così come vissute nel Novecento non sono più possibili, nel lavoro come nell’abitare, forse anche nell’amare.

*Riprendimi, Film di Anna Negri, con Alba Rohrwacher, Marco Foschi

** Su La Repubblica Napoli del 13 aprile 2007

Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 18:19

Pubblicato in cantiere sociale napoli

Riprendimi, con cura

con un commento

di Giovanni Laino*

Due sceneggiatrici, Anna Negri che è anche la regista e Giovanna Mori, in modo autoironico e sapienziale si immedesimano in due documentaristi – i più precari di tutto il racconto – che investono le poche risorse che hanno, per fare un film sul precariato, riprendendo la vita quotidiana di una coppia di cineasti che da poco hanno avuto un bambino.

Nel film Riprendimi il due, il duale, è uno schema molto utilizzato nei diversi modi di costruire e realizzare il testo. Della coppia che si separa, Lucia fa la montatrice: è brava nei tagli e nelle ricomposizioni delle scene di vita degli altri ma prova un lancinante dolore dovendo trattare quelli che riguardano la sua esistenza; fa fatica, ma ne esce, cercando con fiducia una qualche disciplina della vita, trovando l’uomo che con più cura la riprende. Giovanni fa l’attore e, un po’ per opportunismo, un po’ perché realmente attraversato dalla crisi, da irrequietezze interiori, si sente vagabondo. Non è privo di ambiguità e non a caso interpreta Pietro, quello che tradisce ma anch’egli prende coscienza: “non è colpa di nessuno” e, attraversando le onde fra anelito alla libertà e bisogno di sicurezza, continua a procreare. I due conservano tratti adolescenziali nel misurarsi con la crescita di un bambino e, anche a causa della precarietà, mostrano lacune nella maturazione affettiva.

Per seguirli in presa diretta quando si dividono, anche il cameraman e il fonico devono separarsi. Si ritrovano solo per consumare un panino o un trancio di pizza in auto e fare il punto di un progetto che va spesso in crisi. La dualità attiene anche alle due principali figure maschili: Giovanni uomo viziato dalle cattive abitudini e dall’egoismo che lo spinge ad anteporre la sua felicità ad ogni cosa e Eros, il cameraman, tenero e rispettoso.

Continua…

*Riprendimi, Film di Anna Negri, con Alba Rohrwacher, Marco Foschi

** Su La Repubblica Napoli del 13 aprile 2007

Il sito ufficiale del film

Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 17:26

Pubblicato in cultura

Rho 19 aprile – Manifestazione dei territori resistenti

nessun commento

Comunicato Stampa
da socialpress

Basta con il saccheggio dei nostri territori

Sabato 19 aprile, con partenza alle ore 14 dal piazzale della Stazione Fs di Rho, si apre una stagione di lotte e di mobilitazioni sul territorio da parte delle popolazioni lombarde che rivendicano un’altra Lombardia e un’altra Milano possibile e necessaria.

Siamo convinti che l’Expo 2015 assegnato a Milano, oltre che un grande evento affaristico-commerciale a vantaggio di pochi, sarà anche la celebrazione/perpetuazione di un modello economico e sociale di sviluppo, che comporta costi elevatissimi per l’ambiente e la salute, l’attacco concreto ai parchi regionali, la trasformazione di Milano in città vetrina da usare e consumare; una città che risponde con gli sgomberi e le espulsioni alle povertà e ai problemi sociali della collettività. Un modello che ha trasformato i nostri territori tra i luoghi più inquinati del pianeta (fonte Org. Mondiale della Sanità); un modello che alimenta le disuguaglianze sociali, basato sulla precarietà e il lavoro nero. Expo vorrà dire nuove colate di cemento per opere infrastrutturali e un attacco senza precedenti ai residui territori agricoli attorno alla città (e in Borsa, non a caso, i titoli del settore edile, immobiliare e del cemento sono volati alle stelle dopo l’assegnazione). Gli investimenti saranno inevitabilmente sottratti ad altri impieghi, con il risultato che per il beneficio e i profitti di Fiera, Cabassi, Zunino, Ligresti e altri soliti noti, pagheremo tutti debiti a lungo e saremo più poveri di risorse paesaggistiche e di beni comuni.

Manifestiamo a Rho perché già oggi questi territori pagano costi enormi al “modello Fiera”; perché nessuno dei benefici promessi da Fiera ha toccato gli abitanti di queste zone; perché qui è previsto il sito-Expo; perché a Rho si pratica la logica della città-vetrina cercando di tacitare chi si oppone a queste politiche e a certe scelte minacciando lo sgombero del C.S. Fornace. Scendiamo in piazza nei giorni del Salone del Mobile, uno dei simboli della Fiera e della città dell’effimero, per rivendicare un’altra Lombardia possibile, che difenda quella risorsa unica costituita dal paesaggio, che crei lavoro e ricerca per ridurre gli sprechi energetici e diffondere le fonti rinnovabili, che punti sull’agricoltura, i suoi prodotti e la filiera corta, che investa sul trasporto pubblico e la mobilità sostenibile, per un’altra Milano necessaria, a misura dei soggetti più deboli, più ricca di solidarietà, saperi, socialità.

Adesioni:

Comitato No Expo Milano, C.S. Sos Fornace (Rho), Comitato Notangenziale del Magentino, Coordinamento Comitati Ambientalisti della Lombardia, SdL Intercategoriale, CUB, L.S. Cantiere (Mi), Ass.ne per i Parchi del Vimercatese, Sinistra Critica, Rete per la Sicurezza sul Lavoro (MI), C.na Autogestita Torchiera (MI), Coord. Lomb. Nord-Sud, Assemblea Permanente NoF-35 (NO), Diciannoverde (MI), Rete per la Decrescita, Partito Umanista, Umanisti per l’ambiente, PDCI Rho, Lista Uniti con D. Fo (MI), Coll. Oltre il Ponte Nerviano (MI), PCL Milano, Giov. Comunisti/e Lombardia, Un’altra città Vimodrone,Attac Milano, Attac Saronno

COMITATO NO EXPO – 3357633967

Written by cantieresocialenapoli

18 Aprile 2008 alle 16:51