Archive for Aprile 2008
Algebra *
di Simone Weil
Denaro, macchinismo, algebra. I tre mostri della civiltà attuale. Analogia completa.
L’algebra e il denaro sono essenzialmente livellatori: la prima intellettualmente, l’altro effettivamente.
Da circa cinquant’anni la vita dei contadini provenzali ha smesso di somigliare a quella dei contadini greci descritti da Esiodo. Distruzione della scienza quale la concepivano i Greci circa alla medesima epoca. Il denaro e l’algebra hanno trionfato simultaneamente.
Il rapporto tra segno e cosa significata scompare; il giuoco degli scambi fra i segni si moltiplica da sé e per sé. E la complicazione crescente esige segni di segni…
Tra le caratteristiche del mondo moderno, non dimenticare l’impossibilità di pensare concretamente il rapporto tra lo sforzo e il risultato dello sforzo. Troppi intermediari. Come in altri casi, questo rapporto che non risiede in nessun pensiero risiede in una cosa: il denaro.
Siccome il pensiero collettivo non può esistere come pensiero, esso passa nelle cose (segni, macchine…). Da ciò il paradosso: la cosa pensa e l’uomo è ridotto alla condizione di cosa.
Non esiste pensiero collettivo. In compenso, la nostra scienza è collettiva come la nostra tecnica. Specializzazione. Si ereditano non solo risultati, ma anche metodi incomprensibili. Del resto, le due cose sono inseparabili, perché i risultati dell’algebra forniscono metodi alle altre scienze.
Far l’inventario o la critica della nostra civiltà, che cosa significa? Cercare di illuminare in modo preciso l’imbroglio che ha fatto dell’uomo lo schiavo delle proprie creazioni. Perchè si è infiltrata l’incoscienza nel pensiero e nell’azione metodici? L’evasione nella vita dei selvaggi primitivi è una soluzione della pigrizia. Bisogna ritrovare il patto originario tra lo spirito e il mondo nella civiltà stessa in cui viviamo. E’ un compito tuttavia impossibile causa la brevità della vita e la impossibilità di collaborazione e di successione. Questa però non è una buona ragione per non intraprenderlo. Siamo tutti in una situazione analoga a quella di Socrate quando attendeva la morte nella prigione e imparava a suonar la lira…. Almeno, avremo vissuto…
Lo spirito che soccombe sotto il peso della quantità ha l’efficacia come unico criterio supersite.
La vita è abbandonata alla dismisura. La dismisura invade tutto: azione e pensier, vita pubblica e privata. Da ciò la decadenza artistica. Non c’è più equilibrio, da nessuna parte. Il cattolicesimo reagisce parzialmente: le cerimonie cattoliche, almeno, sono rimaste intatte. Ma esse sono anche senza rapporto alcuno col resto dell’esistenza.
Il capitalismo ha realizzato l’affrancamento della collettività umana difronte alla natura. ma questa collettività ha assunto, in rapporto all’individuo, la successione della funzione oppressiva esercitata per l’innanzi dalla natura.
Ciò è vero anche materialmente. Il fuoco, l’acqua, ecc. Tutte queste cose della natura, la collettività se ne è impadronita.
Domanda: E’ possibile trasferire all’individuo questo affrancamento conquistato dalla società?
*Simeno Weil, L’ombra e la grazia, Bompiani, Torino, 2002, con testo francese a fronte,pp.326,Euro10,00.
Una Lettera collettiva, da Carta
Una lettera per noi da Carta
Un’altra politica
Una premessa
Siamo in un momento grave della vita collettiva. Che non ha la sua radice solo negli eventi della politica, le ultime elezioni, ma in un processo profondo di rottura del legame sociale. Qui vogliamo fare un gioco di simulazione: dirci, e dire in pubblico, come immaginiamo debba essere un altro mondo, e come si potrebbe provare a farlo. Questo testo contiene un suggerimento: guardare oltre per capire meglio come affrontare l’oggi.
Due tesi
1. Promuovere dal basso un’azione politica, una condizione di cittadinanza interamente intessuta di legami sociali, pluralista, globale, dotata di una visione d’insieme e capace di proporre un sistema sociale libero dalla logica economica dominante. Affermare che la politica che vogliamo siamo noi, la nostra capacità di essere società. Tutti siamo politici, tutto ciò che facciamo è politica.
2. Esiste una complessa e diffusa galassia di gruppi di iniziativa sociale, associazioni, collettivi, reti, comitati popolari, rappresentanze sindacali, comunità sostanziali costituenti, che formano anelli di solidarietà di reti nazionali e transnazionali, istanze di resistenza, di altra economia, di democrazia diffusa.
Ora è possibile prendere consapevolezza della forza positiva che questa particolare «società civile» esprime, rafforzare la cultura di rete e pensare a un processo collettivo di autogoverno, ad uno spazio pubblico – o, forse, sarebbe meglio chiamarlo d’ora in poi uno «spazio comune» – dove sia possibile offrire, mettere a confronto e condividere esperienze e pratiche. Un patto politico aperto, includente, un vero e proprio sistema diffuso di auto-rappresentanza, capace di contendere ai poteri costituiti il monopolio della decisione politica. Una forza realmente collettiva capace di produrre in proprio, giorno per giorno negoziazione e trasformazione.
Cinque pilastri
1. Un’idea di società per cui valga la pena impegnarsi.
è possibile immaginare un mondo capace di futuro, ospitale, equo, nonviolento. Solo una politica lungimirante può donare serenità e benessere: la «profittabilità» a breve, lo sfruttamento senza limiti della società e della natura conducono alla disuguaglianza globale e al disastro ambientale.
Il progetto di buona società consiste nel vivere insieme. Il bene comune non è la somma aritmetica dei beni privati posseduti dai singoli membri della società e malamente ridistribuiti, ma il godimento condiviso dei beni comuni: spazio, aria, mari, acqua, foreste, energia, saperi, educazione, comunicazione, sicurezza, giustizia, salute, lavoro… La sua realizzazione implica, anzi impone, il ricorso a mezzi rispettosi e compatibili con l’obiettivo, cioè mezzi rigorosamente nonviolenti.
2. L’economia della reciprocità.
è possibile che ognuno si riprenda il controllo delle circostanze che regolano la sua vita quotidiana. è possibile superare lo sconforto, l’insicurezza, l’ansia che ogni persona onesta sente crescere a causa delle inimicizie tra i governi dei tanti paesi [popolazioni] della Terra, del degrado della biosfera e dei disastri sociali provocati dall’aumento dei prezzi di cibo e materie prime.
La conquista della libertà di ciascun individuo dalle necessità elementari è la pre-condizione per una esistenza autentica e per un esercizio effettivo della democrazia. Libertà, innanzi tutto, deve essere libertà da condizionamenti e ricatti.
La globalizzazione è avvenuta nel nome del profitto, della concorrenza, del mercato. La mondialità invece si raggiunge seguendo i principi della reciprocità, della cooperazione, della condivisione. Dall’economia neoclassica e liberista all’economia ecologica; dal mito bugiardo della crescita infinita alla sobrietà; dall’imperativo della competitività alla cooperazione solidale.
3. Saggezza è saper prevedere.
è possibile fare affidamento sui saperi e sulle esperienze che le culture dei popoli hanno accumulato per migliorare le condizioni di ciascuno e di tutti gli abitanti della Terra. La tecnica, la scienza, l’intelligenza devono saper prevedere, e quindi devono rispondere al principio di precauzione.
Le risorse tecniche, le conoscenze scientifiche, le stesse disponibilità economiche a disposizione dell’umanità sarebbero sufficienti a far uscire l’intero genere umano dall’indigenza. Se oggi ciò non avviene è solo per il prevalere di logiche economiche egoiste e predatorie e di volontà politiche miopi e suicide. Il grande tema di una nuova modernità è il controllo sociale sulla ricerca scientifica e sulle tecnologie, in un rinnovato rapporto con i bisogni reali delle comunità locali.
4. Un rapporto felice tra popoli, tra città e persone.
è possibile che in molti – gente comune, cittadini – intraprendano il cammino per migliorare le relazioni sociali tra i generi, le generazioni, le genti e le specie viventi. è possibile ridisegnare città e comunità accoglienti, sicure perché fondate su legami e relazioni di vicinanza e convivenza, in cui ogni individuo venga riconosciuto in primo luogo per i suoi bisogni e i suoi desideri.
In un mondo interconnesso e interdipendente la pace e la sicurezza non sono divisibili. Nessuno potrà essere sicuro, nemmeno se costruirà muri, se non lo saranno anche i suoi vicini e i vicini dei vicini. Condivisione, reciprocità, collaborazione, riconoscimento dei debiti ecologici, economici e umani contratti dal Nord del mondo nei riguardi delle popolazioni del Sud: sono i principi guida che devono seguire le relazioni internazionali.
Le nostre città sono sempre più i luoghi dell’esclusione, delle identità fondate sull’annullamento di quelle degli altri, dei non-cittadini, competitori sempre più soli, tristi. Città in cui le anomalie sono gli ultimi, i differenti, chi non si omologa. Occorre ribaltare questa macchina della separazione, proponendo universi – e politiche – aperte al meticciato, alla cooperazione.
5. Una democrazia radicalmente diversa.
è possibile rigenerare la politica come azione civile volontaria per un servizio collettivo. Solo un’etica civile può ridare senso alla politica. L’etica, in politica, è un sistema di valori scelto e condiviso.
Le rappresentanze [seppure ridotte al minimo fisiologico e regolate in modo che libertà di coscienza del «delegato-eletto» e vincolo di mandato siano sempre trasparenti e verificabili] sono necessarie, nella pratica conflittuale della democrazia/partecipazione. Da ciò discende l’ineludibile necessità di garantire forme di organizzazione politiche, oltre che riallargare lo spazio della politica attraverso forme di democrazia partecipata e diretta. Occorre inventare un modello radicalmente diverso da quello, fin qui conosciuto, dei partiti politici, dalla nascita della democrazia parlamentare ad oggi. La loro forma si è definitivamente esaurita.
La cultura della rete, l’orizzontalità, l’autonomia dei nodi, il metodo della condivisione, il consenso, l’ambito comunitario e cittadino della co-decisione, il tutto finalizzato all’empowerment delle comunità, costituiscono la grande novità e forza dei movimenti sociali. Nella consapevolezza che è solo così – federando e liberando spazi di comunanza crescenti – che si fa spazio un’alternativa reale. Comunque deve essere chiaro che «chi dice organizzazione dice oligarchia», ed è quindi è necessario predisporre forti contromisure contro ogni rischio di centralizzazione, verticalizzazione, burocratizzazione, autoreferenzialità, separazione.
Una forma di altra politica con queste premesse, dunque radicalmente nuova da quelle del Novecento, può costituire la premessa per la costruzione di una nuova democrazia, basata innanzitutto sui «bacini» dove le persone, le comunità, si formano, vivono, agiscono: le città e i territori, la cui «scala» più grande, quanto ad efficacia del controllo dei «delegati», è probabilmente quella sub-regionale. Il che a sua volta propone il problema urgente di connessioni, vincoli, alleanze, coordinamenti tra organizzazioni politiche e istituzioni di tipo nuovo da un luogo all’altro, in reti mobili e variabili: fino a proporsi di influire sulle scelte europee e globali.
Esperienze di questo tipo già esistono, sia a livello locale che nazionale e sovranazionale, dal Patto di mutuo soccorso ai movimenti come quelli dei migranti e delle femministe e lesbiche, o quello Glbtq, ma anche il movimento dell’acqua, il «popolo» dell’economia socio-solidale, le nuove reti dei delegati di fabbrica, ecc. Non si tratta di inventare nulla, ma di trarre lezioni da quel che già accade nella società e renderlo coerente ed efficace.
La Repubblica tradotta nella lingua di oggi
Questa lettera è un grido di allarme. Cercare di immaginare il futuro è il fondamento indispensabile per organizzare la resistenza a quel che già si prospetta – considerando anche le conseguenze che avrà il risultato elettorale – come una aggressione alla società civile, alle sue organizzazioni, ai suoi valori, ai lavoratori e al sindacato, ai migranti e alla stessa possibilità di una convivenza civile. La crisi evidente della globalizzazione, la catastrofe alimentare e il crack finanziario globali sono le cause della trasformazione del sistema democratico, o di quel che ne resta, in un dispotismo che conserverà solo le forme vuote della cittadinanza.
Dobbiamo da subito immaginare e far funzionare nuove forme di auto organizzazione, trasformare le reti in strumenti attivi di scambio di esperienze, di mobilitazione e di reciproco sostegno. Dobbiamo esser disposti a sperimentare nuove formule di organizzazione e decisione.
Quel che suggeriamo è che da subito ogni persona o gruppo che vuole opporsi a questa marea si riunisca, nel modo più aperto possibile, nel maggior numero di luoghi possibile, in relazione stretta tra loro e con quel che si muove attorno a loro: per discutere da subito, accantonando le diffidenze e approfondendo la conoscenza reciproca, il modo di costituire forme nuove di organizzazione politica.
Se tutti ci muoveremo bene, sarà possibile organizzare per il 2 giugno, festa della Repubblica e della Costituzione, da tempo trasformata nella celebrazione di una nazione in armi, un primo grande incontro nazionale in cui cominciare a confrontare le proposte emergenti dalle aggregazioni tematiche e dalle reti locali.
Una lettera collettiva
Nelle prossime pagine pubblichiamo un testo che non è un appello né tanto meno un documento. è una lettera, che varie persone hanno pensato fosse utile scrivere, correggere, riscrivere ed emendare o semplicemente condividere. Tutto è stato fatto in pochi giorni, la settimana scorsa. Sentivamo un’urgenza: suggerire che, di fronte a quel che sta cadendo addosso a noi cittadini, comunità, società civile o movimenti [ognuno usi il termine che vuole], c’è la possibilità non solo di resistere, ma di cominciare a fondare da subito un altro genere di politica. Non è una novità, questa convinzione. Mesi fa, fu pubblicato un appello intitolato «La politica che vogliamo», firmato da molte persone della società civile, che poi diede luogo al seminario della Rete Lilliput sullo stesso tema che si tenne il 5 aprile, lo stesso giorno in cui Carta e l’associazione Cantieri sociali organizzavano il Cantiere dell’altra politica. E Paolo Cacciari, che aveva partecipato ad ambedue gli incontri, scrisse poi la prima bozza della lettera che pubblichiamo.
I movimenti come quelli della Val di Susa e di Vicenza sono secondo noi già – in germe – questa altra politica. Ma vi sono molti altri modi di cercare la stessa cosa. La lettera infatti è proposta da persone diverse tra loro. Vi sono ricercatori, intellettuali attivi, per così dire, come Marco Revelli, Riccardo Petrella, Tonino Perna e Bruno Amoroso. Lo stesso Giulio Marcon è un analista della cooperazione internazionale e della società civile, oltre ad essere il presidente della Rete Sbilanciamoci. Poi vi sono i valsusini Chiara Sasso, Claudio Giorno ed Ezio Bertok [che cura il sito del Patto di mutuo soccorso]. Della Rete Lilliput fanno parte Alberto Castagnola e Riccardo Troisi, e con loro cooperano, su questo e altri temi, Antonio Tricarico e Andrea Baranes della Campagna per la riforma della Banca mondiale. Promotore delle Reti dell’altra economia è Davide Biolghini, mentre Alberto Zoratti, oltre ad essere attivo nel commercio equo, ha costruito un osservatorio sul commercio mondiale [Fair Watch, che collabora ogni settimana con Carta]. Sergio D’Angelo, napoletano, è il presidente di un grande consorzio di cooperative sociali, Gesco. Del movimento dell’acqua toscano fa parte Tommaso Fattori, e del Contratto mondiale dell’acqua Emilio Molinari. Ciro Pesacane è il promotore del Forum ambientalista, Gianni Tamino è un docente ed ecologista, e Gianni Palumbo è del movimento «No oil» della Basilicata [tra tante altre cose]. A discutere con noi anche Ciccio Auletta e Sergio Bontempelli, del Progetto Rebeldìa di Pisa, straordinaria «casa delle associazioni». Giuseppe De Marzo è dell’Associazione A Sud e Mimmo Rizzuti della Sinistra euromediterranea. Don Pasquale Gentili è il parroco di Sorrivoli [in provincia di Forlì-Cesena] e Mino Savadori è il presidente dell’associazione culturale «Il Castello», Rete cesenate della società civile organizzata. No Tav [il minacciato «sottoattraversamento» della città] è anche il fiorentino Maurizio De Zordo, mentre Cristiano Lucchi fa il mensile «L’altra città», molto legato alle comunità delle Piagge, e naturalmente Ornella De Zordo è consigliera comunale a Firenze di Unaltracittà/unaltromondo. A lavorare intorno alla nostra lettera hanno ovviamente contribuito quelli di Carta, in particolare Anna Pizzo e Pierluigi Sullo, nonché Andrea Morniroli, presidente dell’associazione Cantieri sociali, e Sergio Sinigaglia, dei Cantieri sociali marchigiani.
Avendo più giorni a disposizione, questo elenco avrebbe potuto allungarsi a dismisura. Diversi hanno preferito prendersi qualche giorno per rifletterci, e diranno la loro nei prossimi numeri di Carta e altrove, e tutto finirà nel sito di Carta e in altri. Ci pareva necessario lanciare subito un segnale, ma la lettera vuole essere un lavoro aperto, la cui scrittura è collettiva e perciò progressiva, a cui tutti possono contribuire, sia scrivendo a carta@carta.org [indirizzo che indichiamo per comodità, per avere un unico luogo da cui smistare le comunicazioni], che partecipando agli incontri che proponiamo nella lettera.
Socializzazione al lavoro per i ragazzi a Napoli
Socializzazione al lavoro per i ragazzi a Napoli
Giovanni Laino
Pubblicato su Napoli Monitor, Aprile 2008, n.14, pag. 7
A Napoli, sino alla fine degli anni Settanta, per i ragazzi vi erano migliaia di occasioni di formazione al lavoro: molte botteghe, tutti i bar e tanti altri esercizi commerciali facevano lavorare ragazzi e adolescenti più adulti, vittime del lavoro minorile, per insegnargli un mestiere o comunque fargli guadagnare qualche soldo, evitandogli così di restare in strada e nel degradante non far niente. Peppino Girella, il personaggio della novella Lo Schiaffo di Isabella De Filippo, è emblema di questa figura storica del proletariato precario napoletano. Ben poca consistenza invece hanno avuto le scuole professionali: gli oratori salesiani ben organizzati nelle regioni del nord, qui in città non sono mai decollati. La stessa scuola edile è risultata selettiva e poco includente. La formazione professionale è stata tradizionalmente un’area di cattivo uso della spesa pubblica, orientata con criteri sostanzialmente inefficaci. I corsi autofinanziati proposti dagli enti di formazione costituiscono una diversa nicchia di mercato che sostanzialmente non intercetta il target dei drop out.
Qualche istituzione tipo educandato ha prodotto esiti troppo limitati. E pensare che vi era la grande tradizione del serraglio, il mega istituto localizzato nell’Albergo dei poveri ove i ragazzini reclusi, anche se con metodi non proprio montessoriani, venivano addestrati al lavoro artigiano. Continua…
la foto: “Mode” di GdA
pupazzetti, soldatini, maschietti
Il manifesto della “Festa del lavoro” del sindacato, parola d’ordine: “Più sicurezza, più reddito”.
a Piazza Dante il Primo Maggio di Napoli…. e di Non c’è pericolo
a Ravenna la manifestazione nazionale
a Roma il concerto
pupazzetti, soldatini, maschietti
E’ il manifesto della “Festa del lavoro” del sindacato, parola d’ordine più sicurezza, più reddito.
a Piazza Dante il Primo Maggio di Napoli
a Ravenna la manifestazione nazionale
a Roma il concerto
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Cosa ne facciamo degli ex-qualcosa ?
Giovanni Laino
Pubblicato con qualche taglio su La Repubblica Napoli del 23.04.08
Le città vengono trasformate per fasi alterne di espansione o riuso dell’esistente. Per la sua conformazione e per le vicende storiche a Napoli il riuso è stato sempre lento, tendenzialmente mal visto: prima di ristrutturare (o ancor più di abbattare e ricostruire) edifici impieghiamo molti anni. Questo dipende anche dal grande patrimonio ereditato dalla storia e dalla sindrome de “le mani sulla città”, che impone il nesso pianificazione territoriale – salvaguardia – tendenziale blocco degli interventi.
A Napoli abbiamo una questione da affrontare: che ne facciamo degli ex-qualcosa ? La dismissione di organizzazioni tipiche del Novecento ha determinato il disuso di strutture come fabbriche, ospedali militari e psichiatrici, gasometri, caserme, macelli, conventi. La questione dell’ex Albergo dei Poveri, che ha una dimensione certamente molto particolare, va inquadrata in questo contesto.
Come è noto si tratta di una architettura di assoluta straordinarietà , esempio unico in Europa di “spazio totale”, dispositivo architettonico di dimensioni monumentali concepito come “macchina” di controllo, internamento e riabilitazione sociale, progettato nella seconda metà del XVIII secolo da Ferdinando Fuga su commissione del re Carlo III di Borbone per ospitare migliaia di indigenti, sfruttarne la forza lavoro, indirizzarne il percorso di recupero morale. Un grande complesso, con una facciata lunga 360 m, e di 140 m di profondità, che, con nove livelli, arriva ad una altezza massima di 42 m, con 440 ambienti, con 9 Km di corridoi, 103.000 Mq di superfici, tre cortili di 6.500 Mq ciascuno e 6 cortili minori di 700 Mq ciascuno.
Come è noto il Comune di Napoli, dopo aver ottenuto il patrocinio dell’UNESCO per il restauro del complesso, e aver fatto fare uno studio di fattibilità costato non pochi soldi, dal 2005 sta realizzando un complesso progetto di restauro e recupero, avendo approvato un piano che prevede di realizzare una grande struttura polifunzionale come città dei giovani. Ci sono contrasti, polemiche, fra gruppi professionali, accademici e amministratori che non facilitano il compito di per se già molto arduo.
Il limite principale è quello per cui queste vicende vengono assunte come questioni che riguardano gli architetti. Come se il progetto di architettura, indagando i possibili usi, avesse sempre e comunque il potere e la capacità di sintetizzare in modo efficace le visioni di futuro.
Con le risorse disponibili e quelle impegnate, sono stati realizzati lavori di ripristino del corpo centrale e della scala di accesso ma ci si trova dinnanzi ad un’impresa veramente difficile rispetto alle capacità che esprimono gli enti locali anche se il programma della città dei giovani è uno dei grandi progetti che dovranno essere cofinanziati con i fondi strutturali.
Va detto che in alcune sue parti il complesso non è mai stato svuotato e vi si svolgono funzioni importanti: a parte le ottanta famiglie che vi abitano, vi è il centro sportivo Kodocan che accoglie molti ragazzi e giovani delle zone popolari, una antica falegnameria, alcuni garage ed eventi occasionali organizzati dalle amministrazioni pubbliche. E’ evidente che per questa come per strutture analoghe si tratta di saper ideare e realizzare iniziative per fasi, con compresenza di utilizzazioni virtuose e cantieri di lavoro
Ma accanto a questo straordinario monumento ve ne sono altre decine, più piccoli ma egualmente molto importanti, che aspettano di essere recuperati e rifunzionalizzati. L’impressione è che le politiche pubbliche per questi casi esprimono un approccio occasionale, molto contingente, poco convinto e convincente. Basti ricordare le vicende dell’ex ospedale militare, l’ex ospedale psichiatrico Bianchi, il tribunale di Castel Captano, i tanti conventi chiusi o del tutto sottoutilizzati del nucleo antico del centro storico.
Con la collaborazione delle Sovrintendenze che dovrebbero assumere una prospettiva meno vincolistica, il recupero e la rivitalizzazione di questi impianti potrebbe essere l’occasione di un new deal napoletano, con uno straordinario rilancio di occasioni di sviluppo. La programmazione dei fondi strutturali propone un impegno forte per il centro antico di Napoli, sarà un buon inizio ?
