Archive for Marzo 2008
Due o tre cose che so di loro (seconda parte)
DUE O TRE COSE CHE SO DI LORO
Parte seconda
Federico Valerio
Diossine, Traffico, Termovalorizzatori.
“Inquinano più le automobili che i termovalorizzatori.”
Questo è il ritornello ripetuto in ogni occasione da moltissimi personaggi della politica nostrana: il ministro Matteoli, l’ex ministro Ronchi, il vice Commissario Straordinario per l’emergenza rifiuti della Campania, il Sindaco di Genova Pericu, l’assessore regionale Orsi, il senatore Grillo…
A forza di ripeterlo, il ritornello è ormai diventato verità assoluta, incontestabile e ripresa da radio, televisione e giornali.
Eppure, affermare che le automobili inquinano più dei termovalorizzatori è un falso clamoroso. E questo tipo di confronto è anche metodologicamente scorretto, come sa qualunque scolaretto della scuola media.
La scorrettezza sta nel fatto che gli unici confronti giusti sono quelli si fanno tra insiemi omogenei.
Ad esempio, un insieme omogeneo è quello dei sistemi di trattamento dei rifiuti urbani e sarebbe molto interessante sapere se si inquina di più riciclando una determinata quantità di rifiuti oppure termovalorizzandola.
Stranamente, nessuno sembra interessato ad avere la giusta risposta a questa fondamentale domanda.
Una possibile spiegazione di questo disinteresse è che il riciclaggio produce minore inquinamento della termovalorizzazione.
Ma di questo parleremo più dettagliatamente nella terza parte di questa chiacchierata.
Per dimostrare che è falso affermare che l’inquinamento prodotto dal traffico inquina più di un termovalorizzatore, riporteremo dati desunti dalla letteratura scientifica internazionale e da fonti autorevoli quali l’EPA (Agenzia per la protezione dell’ ambiente degli Stati Uniti) e l’Unione Europea. Altri dati faranno riferimento alle schede tecniche del progetto di termovalorizatore per la Provincia di Genova e ai dati di emissione del termovalorizzatore di Brescia forniti dall’Azienda che gestisce quest’impianto.
Per motivi di praticità faremo riferimento alle emissioni di diossine e di polveri da nella realtà genovese, tuttavia l’approccio metodologico scelto può essere applicato a qualunque altra realtà territoriale.
Quante diossine e polveri emetterà giornalmente il termovalorizzatore di Genova?
Chi pensa che la termovalorizzazione dei rifiuti sia l’unico sistema possibile per risolvere il problema dei rifiuti urbani, propone per la Provincia di Genova (circa 800.000 abitanti) un termovalorizzatore in grado di trattare 800 tonnellate di rifiuti urbani al giorno.
Per bruciare tutta questa quantità di rifiuti occorre l’ossigeno presente in circa cinque milioni di metri cubi d’aria che, immessi nel forno, dopo la combustione, sotto forma di fumi, sono riimmessi in atmosfera attraverso il camino, dopo una adeguata depurazione.
Anche con i sofisticati sistemi di depurazione fumi dei moderni termovalorizzatori, l’aria che esce dal camino è più inquinata di quella che è entrata nel forno del termovalorizzatore.
In particolare, a Genova, la concentrazione media di diossine in ogni metro cubo di aria è presumibilmente di 0,18 picogrammi (miliardesimi di milligrammo) TEQ (con tossicità equivalente alla 2-3-5-7 tetracloro para diossina, quella di Seveso).
Nel capoluogo ligure la concentrazione media di polveri fini è, attualmente, di circa 50 microgrammi (millesimi di milligrammo) per metro cubo.
Se il termovalorizzatore di Genova avrà le stesse caratteristiche di quello di Brescia, al meglio delle sue prestazioni, in ogni metro cubo di fumi in uscita dal suo camino ci saranno 800 microgrammi di polveri fini e 8 picogrammi di diossine. Pertanto, in base a queste ipotesi, l’aria in uscita dal camino dell’inceneritore avrà un carico di polveri fini maggiore di 16 volte rispetto a quella presente nell’aria immessa nei forni dell’inceneritore. Anche le diossine nei fumi saranno maggiori di quelle presenti “normalmente” nell’aria: 44 volte.
In base alle migliori caratteristiche progettuali, durante 24 ore di attività, con l’immissione in atmosfera di cinque milioni di metri cubi di fumi, il termovalorizzatore genovese produrrà 36 milioni di picogrammi di diossine.
Più realisticamente, la produzione media di diossine degli inceneritori che si vorrebbe realizzare in Italia, si attesterà sui valori medi registrati negli inceneritori tedeschi:
50 picogrammi per metro cubo, la metà del limite alle emissioni stabilito dalla UE (100 picogrammi per metro cubo),
In questo caso, la produzione giornaliera di diossine dell’inceneritore sarà di 250 milioni di picogrammi.
Quante diossine emette giornalmente il traffico veicolare di Genova?
Poiché per stimare le emissioni di diossine da parte di un termovalorizzatore dell’ultima generazione abbiamo utilizzato i migliori fattori di emissione di questo tipo di impianti, ci sembra corretto che il confronto con le emissioni da traffico sia fatto con la migliore tecnologia anti inquinamento attualmente utilizzata nell’autotrasporto: la marmitta catalitica.
E il migliore fattore di emissione riportato in letteratura (http://europa.eu.int/comm/environment/dioxin/download.htm-stage2) per questo tipo di automezzo è 3,5 picogrammi di diossine per litro di benzina consumata.
Per un altro tipo di autovettura molto diffuso, quella con motore diesel, il fattore di emissione minimo di diossine è di 23,6 picogrammi per litro di gasolio.
In base alle statistiche europee, le emissioni medie di diossine da parte di autovetture catalizzate e autovetture diesel sono, rispettivamente, 43 e 48 picogrammi per litro di carburante consumato.
Si può stimare che a Genova, nel 2004, l’intero parco di auto a benzina (240.000 vetture) sia catalizzato, con un consumo giornaliero di benzina verde stimabile a 466.000 litri.
Le autovetture diesel per il trasporto passeggeri, immatricolate nel Comune di Genova sono circa 50.000; nella città si registra un consumo giornaliero di gasolio pari a 137.000 litri, comprensivo dei consumi di camion e autobus.
Pertanto, le emissioni giornaliere di diossine prodotte sul territorio genovese dalla termovalorizzazione e dal traffico autoveicolare, nelle ipotesi che i fattori di emissioni di queste due fonti siano corrispondenti ai valori minimi e ai valori medi riportati in letteratura, sono presentate nella Tabella sequente.
TABELLA. Stima dell’emissione giornaliera di diossine a Genova (picogrammi)
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Ipotesi minima |
Ipotesi media |
||
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Termovalorizzatore rifiuti (400 t/d) |
35.000.000 |
250.000.000 |
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240.000 auto catalizzate |
1.631.000 |
8.388.000 |
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50.000 auto diesel |
3.233.200 |
4.863.500 |
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Totale autovetture |
4.864.200 |
13.251.500 |
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Rapporto termovalorizzatore/traffico |
7,2 |
18,8 |
Conclusioni
I dati riportati nella tabella confermano che il termovalorizzatore previsto per il trattamento dei rifiuti prodotti dalla Provincia di Genova produrrà una quantità di diossine nettamente superiore (da 7 a 19 volte) a quella stimata in base agli attuali consumi di combustibili per autotrazione e all’attuale composizione dell’intera flotta autoveicolare genovese (circa 300.000 autovetture).
Questa stima per Genova è confrontabile con le stime sulle emissioni di diossine in Germania per l’anno 1995.
In questo paese, dove nel 1995 già operavano gli inceneritori più moderni, oggetto di visista da parte di numerosi amministratori pubblici italiani e dove, in anticipo di alcuni anni rispetto all’Italia, le nuove autovetture erano catalizzate, l’emissione annuale di diossine da inceneritori di rifiuti urbani ed ospedalieri è stata stimata pari a 157,28 grammi, a fronte di una emissione di diossine, da parte di tutto il traffico su gomma tedesco, stimato pari a 9,14 grammi.
Pertanto, in Germania, la quantità di diossine da incenerimento era stimato 17,2 volte maggiore della quantità di diossine prodotta dal traffico.
Nello stesso periodo (1995), per gli Stati Uniti, le stime dell’EPA, valutavano che i 130 inceneritori in funzione in tutti gli “States”, per incenerire circa 30 milioni di rifiuti all’anno, emettevano in atmosfera 1.758 grammi di diossine, a fronte di solo 39,1 grammi prodotte, annualmente, da tutte le auto catalizzate USA. Una differenza di 45 volte!
Ai fini delle valutazioni del rischio sanitario di queste emissioni è ininfluente il fatto che le emissioni dell’inceneritore sono convogliate in alti camini e fortemente diluite in atmosfera.
Il rischio sanitario delle diossine è dovuto prevalentemente al loro accumulo progressivo nelle zone di impatto, in particolare nel terreno e nei sedimenti marini, lagustri e fluviali e dalla bio concentrazione di questa classe di composti lungo la catena alimentare. Pertanto, nella realtà genovese, sono a rischio di contaminazione le coltivazioni nei numerosi orti urbani, le produzioni orticole in serra (basilico di Pra), la pesca sportiva nelle acque dell’entroterra e nelle acque costiere.
I dati riportati in Tabella smentiscono clamorosamente i dati rassicuranti comunicati dal Sindaco Pericu nella seduta consiliare del 15 novembre del 1999 che avrebbe dovuto benedire la realizzazione di un termovalorizzatore ai piedi della Lanterna di Genova.
In quell’occasione, in uno dei lucidi che qualche solerte funzionario gli aveva preparato, intitolato “ Diossine: emissioni a confronto”, si poteva leggere :
“le emissioni di un’ora di un inceneritore corrispondono a quelle di 15 auto catalizzate. Con gli attuali limiti di legge e le odierne tecnologie di controllo dei fumi, l’inceneritore è diventato una sorgente di diffusione delle diossine trascurabile rispetto a molte altre fonti, quali ad esempio il traffico cittadino”.
Nessuno, il Sindaco per primo, ha prestato attenzione al fatto che la fonte di questa informazione era un numero di QUATTRORUOTE, uscito nel 1992!
Nel settembre 2003, questa stessa notizia (le emissioni di un’ora di incerimento equivalgono a quelle di 15 auto catalizzate) era ripresa, pari pari, dal vice commissario straordinario all’emergenza rifiuti in Campania, nella sua conferenza a porte chiuse finalizzata ad illustrare agli amministratori liguri i vantaggi della scelta di termovalorizzare l’80% dei rifiuti campani.
L’unica differenza rispetto alla relazione fatta dal sindaco di Genova, cinque anni prima, era che nel frattempo dal lucido era scomparso il “qualificato” riferimento bibliografico, peraltro, come si è dimostrato, privo di qualunque attendibilità scientifica
Due o tre cose che so di loro (parte prima)
DUE O TRE COSE CHE SO DI LORO.
Federico Valerio
Gli oggetti di questa chiacchierata (“loro”) sono i termovalorizzatori, gli impianti che da qualche tempo si vogliono imporre agli Italiani, con la scusa che risolveranno il problema dello smaltimento dei loro rifiuti e i rifiuti tossici che questi stessi impianti producono (le diossine).
Le “due o tre cose” che so e che, grazie a questa chiacchierata vorrei comunicare ai lettori, sono le informazioni che dispongo su questi temi.
Questo privilegio mi deriva da alcune particolari circostanze: una laurea (in chimica) ed un lavoro (responsabile del Laboratorio di Chimica Ambientale dell’ Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova) che mi permettono l’accesso diretto alla produzione scientifica internazionale. E poiché questa soluzione privilegiata è state resa possibile anche grazie alle tasse di tutti gli Italiani che hanno finanziato l’istruzione e la ricerca pubblica, mi sembra doveroso ricambiare il favore.
Nella campagna promozionale a favore della termovalorizzazione dei rifiuti urbani, le amministrazioni pubbliche e i gestori di questi impianti, per convincere gli elettori-consumatori della bontà di questa tecnologia, immancabilmente negano che le diossine possano essere un problema ambientale e sanitario. E se mai qualche problema ambientale e sanitario ci fosse, questo è nettamente inferiore a quelli creati da altre ineludibili tecnologie moderne come, ad esempio, l’automobile.
Questa chiacchierata cercherà di fornire ai lettori la sintesi di documenti ed informazioni di cui sono venuto a conoscenza, utili per smascherare questi ed altri inganni che, a ragion veduta, si può ritenere siano stati messi in atto in questa singolare campagna pubblicitaria.
I pellegrinaggi del terzo millennio
A partire dagli anni ’90, in Italia si è assistito a singolari nuove forme di pellegrinaggio.
Folle di amministratori pubblici, presidenti e funzionari di aziende per la gestione di rifiuti urbani, giornalisti, rappresentanti di comitati cittadini si sono recati in visita ai nuovi santuari della tecnologia moderna: i termovalorizzatori.
In effetti, a sentire le guide di questi pellegrinaggi, ci troviamo di fronte a dei veri e propri miracoli della tecnologia. Questi impianti, non solo fanno sparire i rifiuti (per un certo tempo, sono stati battezzati con il nome di “termodistruttori”), ma addirittura li trasformano in pregiata energia elettrica. E tutto questo, con inquinamento praticamente nullo.
Ogni qual volta un “pellegrino” chiedeva al gestore del termovalorizzatore di turno quanta diossina esce dai suoi camini, le risposte tipo (in ordine di accuratezza) erano:
-
Il nostro impianto non emette diossina
-
Una quantità non misurabile
-
Una quantità inferiore ai limite di legge
Di solito, queste risposte hanno tranquillizzato gli autorevoli pellegrini che, ritornati nelle loro città, si sentivano autorizzati a tuonare contro gli eco-terroristi che demonizzano questi impianti, diffondendo notizie false e tendenziose sui loro presunti pericoli per la salute pubblica.
In verità, le notizie false o tendenziose o, quantomeno volutamente reticenti, sono quelle elencate in precedenza. E queste bugie o mezze verità erano possibili anche grazie ad una errata formulazione della domanda.
Le domande giuste
Quelle che seguono, sono le domande giuste che, durante le visite ai termovalorizzatori, un buon pubblico amministratore, attento agli interessi dei propri amministrati, avrebbe dovuto formulare:
-
Quanti picogrammi di diossine emette giornalmente il vostro impianto?
-
Questo dato è il valore medio o il valore minimo da voi misurato?
-
Quante misure di diossine effettuate annualmente?
-
In base a quale criterio sono stati fissati i limiti di legge per le emissioni di diossine?
Prima di spiegare il senso di queste domande, riteniamo doveroso segnalare la singolarità delle procedure adottate in questi pellegrinaggi che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbero fornire una corretta informazione agli amministratori che devono decidere: l’unico interlocutore a cui si fanno domande e dal quale si ricevono le informazioni è quasi sempre il gestore o il progettista dell’impianto!
Ovvero, della serie: “Se vuoi sapere se il vino è buono, chiedi all’oste.” Ricordiamo che persino nei processi di santificazione c’è sempre “l’avvocato del diavolo” che cerca di smontare i miracoli del candidato santo.
Tant’è, questo è il nostro attuale stato della partecipazione democratica alle scelte e con questa sconsolante situazione dobbiamo fare i conti.
Spieghiamo ora per quale motivo le domande da noi suggerite sono quelle giuste.
Innazitutto, avrete notato che nella prima domanda abbiamo utilizzato una singolare unità di misura per valutare la quantità di diossine emesse dal termovalorizzatore: il picogrammo. Si tratta di una unità di misura del peso estremamente piccola: un picogrammo equivale ad un miliardesimo di milligrammo!
In particolare, le attuali normative europee prescrivono che in ogni metro cubo di fumi emesso da un termovalorizzatore ci possano essere al massimo, 100 picogrammi di diossine.
Se si pensa che la quantità ammessa degli altri inquinanti si misura in milligrammi, si spiega l’alibi mentale di chi afferma che da un moderno inceneritore, in pratica, non escono diossine: “Sono talmente poche!”.
Il problema vero è che per misurare le diossine dobbiamo usare un’unità di misura così piccola, perché la loro tossicità è estremamente più elevata, rispetto ai “normali” inquinanti.
Anche la risposta “Le diossine non sono misurabili”, apparentemente rassicurante , si fa velo del fatto che spesso, per ridurre i costi, i laboratori di analisi fissano il livello minimo di rilevabilità del loro metodo, poco al di sotto del valore limite.
Quindi, il gestore di un termovalorizzatore può affermare che le diossine nei fumi del suo impianto, in quanto inferiori al valore minimo determinabile stabilito dal laboratorio di controllo, non sono misurabili. Ma ciò non significa affatto che questi composti siano assenti. Proviamo a fare un esempio.
Il laboratorio d’analisi che effettua i controlli dei fumi dell’inceneritore utilizza un metodo analitico la cui concentrazione minima determinabile di diossine è pari a 50 picogrammi per metro cubo, la metà del valore limite.
Supponiamo che l’impianto da controllare emetta 40 picogrammi di diossine per ogni metro cubo di fumi emesso. Effettuato il prelievo dei fumi e la loro analisi, il laboratorio, correttamente, certifica che la concentrazione di diossine emesso da questo impianto è inferiore al valore minimo determinabile del proprio metodo d’analisi (50 picogrammi per metro cubo). Pertanto, l’impianto controllato rispetta i limiti (100 pg/m3) e può continuare la propria attività.
Ma è lecito ignorare quei 40 picogrammi di diossine che l’inceneritore emette, nel pieno rispetto delle norme vigenti, solo perché le analisi non permettono una loro precisa misura?
Una prima riflessione a riguardo si può fare confrontando la concentrazione di diossine nei fumi (40 pg/m3) di questo ipotetico termovalorizzatore, con quella normalmente presente nell’aria (da 0.05 a 0.5 pg/m3).
Nel nostro esempio, la quantità di diossine nell’aria emessa dal camino sarebbe da 800 a 80 volte superiore a quella presente nell’aria che lo stesso impianto preleva dall’ambiente esterno per bruciare-ossidare i rifiuti.
Insomma, il nostro inceneritore, pur rispettando i limiti di legge, inquina pesantemente l’aria che utilizza e questo inquinamento è trasferito all’ambiente esterno.
Eventuali obiezioni che la concentrazione di diossine presenti nei fumi diminuirà nel tempo e nello spazio per la naturale dispersione e diluizione del pennacchio in uscita dal camino sono, in questo caso, ininfluenti.
Infatti, il pericolo delle diossine per la salute umana deriva in prevalenza dalla contaminazione alimentare, piuttosto che dalla contaminazione dell’aria.
Le diossine sono caratterizzate da una elevata stabilità chimica e da una alta affinità con le sostanze grasse. Grazie a queste caratteristiche le diossine, anche se disperse nell’ambiente si concentrano lungo la catena alimentare, in particolare nel pesce, nella carne, nei latticini, nel latte, compreso quello materno.
Pertanto, le diossine che escono dall’ inceneritore si accumulano progressivamente nell’ambiente e primo o dopo ce le ritroviamo nei nostri alimenti.
Quindi sarebbe più corretto, ai fini della protezione della salute che i limiti riguardassero la quantità di diossine emesse nel tempo e non la loro concentrazione nei fumi.
Un approccio più corretto al problema è quello Belga, forse anche per le “scottature” subite con l’emergenza sanitaria dei suoi polli alla diossina.
Per garantire il rispetto della dose tollerabile giornaliera di diossine stabilita dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità, la quantità di diossine che giornalmente si deposita su di un metro quadrato di terreno dovrebbe essere compresa tra 3,4 e 10 picogrammi.
Quante diossine emette un inceneritore?
Ma quanti picogrammi di diossine emette giornalmente un inceneritore? Ovviamente questa quantità dipende da quanti metri cubi di fumi emette giornalmente l’impianto e questo volume dipende dalla quantità di rifiuti bruciati.
Se la taglia del nostro inceneritore è quella tipica di un moderno termovalorizzatore (800 tonnellate di rifiuti termovalorizzati al giorno), il volume di fumi che produce giornalmente è di 5.040.000 metri cubi!
Abbiamo ipotizzato che ogni metro cubo di fumi di quest’impianto contiene 40 picogrammi di diossine, quindi la quantità giornaliera di diossine immessa nell’ambiente dal nostro termovalorizzatore equivale a 201.600.000 picogrammi.
Abbiamo visto che, attualmente, la dose tollerabile di diossine per un adulto di 70 chilogrammi è pari a 140 picogrammi al giorno.
Pertanto, la quantità di diossina emessa giornalmente dal nostro inceneritore (che rispetta a pieno i limiti di legge) equivale alla dose tollerabile di 1.440.000 persone adulte.
E per rispettare il valore minimo di deposizione al suolo proposto dal Belgio (3.4 pg/m2) questa quantità di diossine dovrebbe essere uniformemente distribuito su circa 60.000.000 di metri quadri (6.000 ettari ovvero 60 chilometri quadrati).
A noi, questi numeri suggeriscono grande prudenza nelle scelte, anche alla luce di nuovi effetti nocivi che le diossine potrebbero produrre. Al contrario, il nostro governo e quasi tutte le amministrazioni locali minimizzano il problema e prevedono almeno un grande inceneritore per ognuna delle 103 province italiane.
Il rispetto dei limiti alle emissioni ci deve tranquillizzare?
A questo punto diventa importante rispondere correttamente alla quarta domanda: “In base a quale criterio sono stati fissati i limiti di legge per le emissioni di diossine?”
Non ricordiamo di aver mai sentito spiegare che i limiti alle emissioni hanno solo un significato tecnico: corrispondono alle concentrazioni più basse raggiungibili con la migliore tecnologia al momento disponibile e, ovviamente, a costi accettabili per l’azienda.
Invece, siamo certi che la maggior parte dei nostri lettori hanno sentito i loro amministratori assicurare che l’inceneritore che volevano realizzare non avrebbe creato nessun problema alla salute, in quanto impianto rispettoso dei limiti di legge.
L’infondatezza di queste affermazioni, è testimoniato proprio dalla lunga storia degli inceneritori di rifiuti, iniziata alla fine del ‘800.
E’ ovvio che ogni tipo d’inceneritore realizzato, da allora ad oggi, fosse rispettoso delle norme in vigore al momento della sua progettazione.
Ma tutte le norme ambientale, di solito, sono arretrate di almeno una decina d’anni rispetto alle conoscenze scientifiche sull’argomento. E queste conoscenze sono tutt’altro che definitive.
E così, dopo decenni d’uso, solo intorno agli anni ‘70 ci si è accorti che gli inceneritori emettono gas acidi pericolosi per la salute umana e dei vegetali. Normato e ridotto questo problema si è scoperto che gli inceneritori emettono anche metalli tossici che si accumulano nell’ambiente, poi si è scoperto che erano anche la maggiore fonte di emissioni di diossine. E mentre si cercava, con varia fortuna e costi crescenti, di ridurre l’emissioni di diossine, si confermava, definitivamente, l’effetto cancerogeno di questi composti per l’uomo.
E mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’Unione Europea (UE), di conseguenza, riducevano la quantità tollerata di diossine nella dieta umana, il limite alle emissioni di diossine negli inceneritori è rimasto, stranamente, lo stesso.
La Tabella che segue sintetizza la sequenza temporale di questi eventi.
Cronistoria sugli studi che hanno valutare gli effetti delle diossine e norme per il contenimento di questi effetti.
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1976 |
Incidente SEVESO |
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1989 |
Direttiva UE per ridurre le emissioni degli inceneritori. Diossine: 0,1 ng/m3 |
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1991 |
L’ OMS fissa la dose giornaliera tollerabile di diossine a 10 pg/kg peso |
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1993 |
Il V piano d’ azione della UE prevede di ridurre l’ emissioni di diossine del 90% entro il 2005 |
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1997 |
La IARC conferma che le diossine sono cancerogene per l’ uomo |
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1997 |
Il Governo Giapponese fissa i limiti di rilascio totale di PCDD/F da inceneritori (5 ng I-TEQ /kg MPC trattato) |
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1998 |
L’ OMS riduce la dose tollerabile giornaliera per l’ uomo a 1 – 4 pg/kg peso |
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2000 |
Nuova direttiva UE su incenerimento. Si conferma il limite alle emissioni di 0,1 ng/m3 |
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2001 |
Strategia comunitaria sulle diossine: la dose tollerabile giornaliera è ridotta a: 2 pg/kg peso |
A pensar male, la scelta nel 2000 di confermare i limiti delle emissioni di diossine fissate nel 1989, quando ancora non era chiaro l’effetto cancerogeno delle diossine, come pure il loro effetto di “distruzione del sistema endocrino”, nulla ha a che fare con la scienza.
Forse ci avviciamo di più alla verità pensando che questa scelta, sia dovuta al fatto che la maggior parte degli inceneritori realizzati tra gli anni ’80 e ‘90 in Francia, Danimarca, Germania, Italia, (e che non hanno ancora ammortizzato i costi di investimento), non sarebbero in grado di rispettare limiti più restrittivi.
Quanto le norme privilegino gli interessi delle imprese, piuttosto che quelli della comunità, è deducibile anche dalla singolare disposizione della normativa europea che fissa la frequenza di controlli di diossine ad un solo (sic) prelievo all’anno!
La scusa è l’alto costo di queste analisi. Tuttavia è ovvio che, a fronte di un “combustibile” caratterizzato da un’estrema variabilità (umidità, potere calorifico, composizione chimica) un’unica misura annuale non possa essere rappresentativa della quantità di diossine mediamente emessa da un termovalorizzatore. E questo spiega i motivi per i quali sarebbe stato opportuno che durante le visite ai termovalorizzatori qualcuno avesse fatto le domande numero 2 e numero 3.
Danni alla salute provocati dalle diossine.
Per quanto riguarda i meccanismi di accumulo delle diossine lungo la catena alimentare, fino al latte materno e sui rischi di cancro connessi con l’esposizione a questi composti, rinviamo ad un nostro documento già presente in rete (http://www.village.it/italianostra/).
Come già accennato, numerosi dati sperimentali stanno dimostrando come l’esposizione a diossine possa produrre effetti sulla salute umana anche a dosi inferiori a quelle fino ad oggi stimate tollerabili.
La maggior parte degli effetti studiati ed attribuili all’esposizione a diossine, riguardano la delicata sfera sessuale.
L’aspetto più preoccupante di questi studi è che gli effetti indesiderati si verificano a seguito di esposizione croniche di tipo non professionale e a concentrazioni di diossine molto basse.
Effetti dell’esposizione perinatale a diossine.
Nell’arco della vita la dose più elevata di diossine si assume subito dopo la nascita con il latte materno. Si tratta d’una informazione sconcertante che, se non deve far rinunciare ai vantaggi dell’allattamento materno, non può essere ignorata.
Uno studio olandese, effettuato tra il 1990 e il 1992, ha voluto valutare se l’esposizione a diossine durante la gestazione e l’allattamento potesse avere effetti sul comportamento dei bambini. Motivo di questo studio è che le diossine hanno anche un effetto neurotossico e possono interferire con gli effetti degli ormoni che regolano lo sviluppo sessuale.
In base alle misure di diossine effettuato su campioni di sangue delle mamme e del cordone ombelicale e nel latte si sono individuati i soggetti maggiormente esposti a diossina tra 160 bambini e bambine che hanno partecipato allo studio.
L’oggetto di studio è stato il comportamento di questi bambini durante il gioco e il risultato è stato che una maggiore esposizione a diossine produce una maggiore frequenza dei giochi “femminili”, sia nei maschi che nelle femmine.
Esposizione a diossine e sviluppo puberale
Duecento adolescenti residenti in Belgio, in due zone periferiche inquinate ed in una zona rurale di controllo, hanno partecipato a questa indagine che ha controllato l’andamento del loro sviluppo puberale. Analisi del sangue hanno permesso di valutare l’entità della loro esposizione a diossine.
Nel quartiere vicino a due inceneritori lo sviluppo puberale dei maschi è risultato statisticamente più lento. Analogo fenomeno nelle ragazze (ritardato sviluppo del seno) che abitavano questo stesso quartiere.
Il maggior rallentamento nello sviluppo puberale di maschi e femmine si è registrato nei soggetti con più alta concentrazione di diossina nel sangue.
Esposizione a diossine e sesso dei figli.
L’esposizione a diossine di 200 lavoratori russi impiegati nella produzione di erbicidi è stata valutata, misurando la concentrazione di questi composti nel loro sangue.
La loro esposizione a diossine risultava maggiore di 30 volte rispetto al resto della popolazione non esposta professionalmente.
Nella prole dei lavoratori esposti si è constatata una prevalenza di figlie femmine rispetto ai figli maschi, significativamente diversa dal rapporto maschi/femmine nella prole di un gruppo di controllo non esposto a diossine.
I pareri della Commissione Europea sull’incenerimento dei rifiuti.
Con riferimento a questi e altri studi, l’ Unione Europea ha prodotto diversi documenti sull’incenrimento dei rifiuti. Riportiamo alcuni passi significativi.
COMUNICAZIONE DELLA COMMISSIONE AL CONSIGLIO
Strategia comunitaria sulle diossine 2001/C322/02
“Sembra che le caratteristiche tossiche delle sostanze (PCDD/F) siano state sottovalutate: recenti dati epidemiologici, tossicologici e sui meccanismi biochimici, riferiti agli effetti sullo sviluppo cerebrale, sulla riproduzione e sul sistema endocrino hanno dimostrato che gli effetti delle diossine e di alcuni PCB sulla salute umana sono molto più gravi di quanto precedentemente supposto, anche a dosi estremamente ridotte.”
“La dose giornaliera tollerabile è fissata a: 2 pg/kg peso corporeo”
“I valori medi di diossine assunti giornalmente con la dieta, nell’Unione Europea, sono compresi tra:
1,2 e 3 pg/kg di peso corporeo.”
“In una parte considerevole della popolazione europea l’esposizione a diossine e a PCB diossino-simili supera la dose tollerabile settimanale.”
Direttiva 2000/76/CE sull’incenerimento dei rifiuti.
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Misure più restrittive dovrebbero ora essere adottate per la prevenzione e la riduzione dell’ inquinamento atmosferico provocato dagli impianti di incenerimento di rifiuti urbani e le direttive attuali (89/369/CEE) dovrebbero pertanto essere abrogate.
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I valori limite stabiliti dovrebbero prevenire o limitare, per quanto praticabile, gli effetti dannosi per l’ ambiente e i relativi rischi per la salute umana.
Conclusioni
Se l’esposizione a diossine presenta i problemi segnalati e può essere un reale problema per la nostra salute anche a dosi molto basse, quale senso ha per l’Italia, imbarcarsi in quest’avventura?
Non ha insegnato nulla il disastro economico ed ambientale e forse anche quello sanitario della Francia e del Giappone che hanno dovuto spegnere o ammodernare centinaia d’impianti d’incenerimento incapaci di rispettare limiti di emissione più restrittivi?
Non è una fortuna per il nostro paese non avere privilegiato l’incenerimento per gestire i propri rifiuti e non aver quindi vincoli occupazionali ed economici per intraprendere nuove ed innovative vie per risolvere alla radice il problema rifiuti?
La realizzazione in Italia di un centinaio di nuovi inceneritori, anche se meno inquinanti di quelli che erano “gioielli della tecnica” solo pochi anni or sono, inevitabilmente, aumenterebbe la quantità di diossine prodotte dal nostro paese e la dose giornaliera di diossine assunte dalla nostra gente attraverso gli alimenti.
Che senso ha aggiungere questo ulteriore rischio, quando non siamo assolutamente obbligati ad incenerire i nostri cosidetti rifiuti?
Un modo per evitare di fare quest’errore è anche quello di diffondere al maggior numero possibile di persone queste riflessioni, prima che, con la costruzione dei termovalorizzatori e la sottoscrizione dei contratti ventennali per la loro fornitura di rifiuti, non sarà più possibile tornare indietro.
QUANTO MI COSTI ?
QUANTO MI COSTI?
La termovalorizzazione è il più costoso sistema per lo smaltimento dei rifiuti e tutti gli italiani, a loro insaputa, pagano generosi incentivi a suo sostegno.
Federico Valerio
La campagna pubblicitaria a favore dei termovalorizzatori, gestita alla grande da tutti i mezzi di comunicazione di massa, omette volutamente due essenziale informazione: “Quanto ci costa e chi paga?”.
In base a documenti dell’Unione Europea, la risposta alla prima domanda è che la termovalorizzazione è il metodo più costoso per smaltire rifiuti.
In Austria, l’incenerimento di una tonnellata di rifiuti da parte del termovalorizzatore di Vienna, quello che si dice sia nel centro della città e che è stato affidato alle cure estetiche di un fantasioso architetto, costa ben 148 Euro.
In Danimarca, termovalorizzare i rifiuti nell’impianto di Copenhagen che si vuol far credere sorga vicino alla “Sirenetta”, costa 97 euro a tonnellata.
Bruciare i rifiuti in Germania costa un po’ meno: 88 euro per tonnellata.
A confronto, il compostaggio e la digestione anaerobica con produzione di biogas costano decisamente molto meno, rispettivamente, 50 e 65 euro per tonnellata.
Più economica della termovalorizzazione è anche la bio-ossidazione con messa a discarica degli scarti stabilizzati e compressi, il cui costo medio in Europa si attesta su 75 euro a tonnellata.
I minori costi degli inceneritori tedeschi, rispetto a quelli Danesi e Austriaci hanno una spiegazione. La Germania è ricca di vecchie miniere di salgemma dove si possono stoccare in sicurezza le cosiddette ceneri volanti, ossia tutto quello che rimane nei filtri dopo la depurazione dei fumi degli inceneritori, veri e propri rifiuti tossici in quanto contengono, ad alte concentrazioni, metalli pesanti, diossine, furani, idrocarburi policiclici.
E in queste stesse miniere di salgemma finiscono i rifiuti tossici prodotti dall’inceneritore di Vienna e dall’inceneritore di Brescia, mentre i Danesi, per risparmiare, esportano le loro ceneri volanti nella vicina Svezia.
E questo traffico di rifiuti tossici costa una bella cifra: per ogni tonnellata di ceneri volanti gli austriaci pagano 363 euro e i tedeschi 255 euro.
E le quantità di questi rifiuti tossici, prodotti da mega-inceneritori come quello di Brescia (700.000 tonnellate all’anno) è tutt’altro che trascurabile, in quanto pari a circa il 5% della quantità dei rifiuti termovalorizzati . Ciò significa che l’inceneritore di Brescia ha una produzione di rifiuti tossici , sotto forma di ceneri leggere, pari a 35.000 tonnellate l’anno.
E lo smaltimento dei rifiuti solidi e liquidi prodotti da un termovalorizzatore incide non poco su i suoi costi di gestione, circa il 20 % e altrettanto cari sono i costi di gestione e di ammortamento degli impianti di trattamento fumi.
Anche in Italia termovalorizzare rifiuti è una scelta che si paga a caro prezzo: mediamente, 90 euro a tonnellata.
Eppure, nel nostro paese smaltire le ceneri volanti costa molto poco (129 euro a tonnellata). Sarebbe interessante capire in quale modo riusciamo ad avere prezzi così bassi anche perché, come sappiamo, l’Italia non ha miniere di salgemma disponibili per lo stoccaggio di rifiuti pericolosi.
Ma la via Italiana alla termovalorizzazione dei rifiuti ha altre singolari particolarità.
Mentre Austria, Danimarca, Belgio tassano la termovalorizzazione dei rifiuti (da 4 a 71 euro a tonnellata) in Italia questa tecnologia è incentivata con generose offerte in danaro, pagate all’elettricità prodotta bruciando spazzatura.
In tutt’Europa la vendita di elettricità prodotta bruciando rifiuti avviene a prezzi molto simili a quella dell’elettricità prodotta da fonti convenzionali (olio combustibile, carbone, metano), pari a circa 4 centesimi per chilowattora.
In Italia, la vendita di elettricità prodotta con un termovalorizzatore frutta al gestore dell’impianto da 9 a 14 centesimi a chilowattora, a seconda che l’incentivo economico si avvalga dei vantaggi previsti dai “certificati verdi” o del cosiddetto CIP6.
In entrambi i casi si tratta di incentivi che sarebbero dovuti andare alle fonti di energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse) e che invece vanno a favorire la termovalorizzazione dei rifiuti, dichiarati per legge, tutta italiana, fonte energetica rinnovabile.
Questo significa che il gestore, per ogni tonnellata di rifiuto termovalorizzato, grazie all’elettricità prodotta (0,5 chilowatore per chilo di rifiuto termovalorizzato), riceve un incentivo che varia da 25 a 50 euro.
Questi soldi escono dai portafogli di tutte le famiglie italiane e questa (le famiglie italiane) è la risposta alla seconda domanda che ci siamo fatti all’inizio di questa chiacchierata: chi paga?
In questo caso, gli incentivi all’incenerimento sono pagati con la bolletta della luce; una vera e propria tassa occulta che si aggiunge alla tassa sui rifiuti che è già cara ma che è destinata ad aumentare quando, come prevedono tutti i Piani Provinciali, si termovalorizzerà il 65% dei rifiuti prodotti dagli italiani.
Attualmente, circa il 60% dei rifiuti prodotti in Italia è inviato in discarica e il costo medio della discarica (64 euro a tonnellata). è molto più basso dell’incenerimento
Con l’attuale sistema di raccolta e smaltimento dei rifiuti e con l’attuale produzione pro-capite di rifiuti (circa 550 chili all’anno), il costo a carico delle famiglie per lo smaltimento di un chilo di rifiuti è di circa 12 centesimi.
Quando in Italia saranno in funzione tutti i 140 termovalorizzatori programmati, sarà inevitabile un generalizzato forte aumento della tassa sui rifiuti, che si prevede possa essere pari al 40% in più, rispetto all’attuale valore. In questa situazione, il costo pagato dalle famiglie per lo smaltimento di un chilo di rifiuti potrebbe arrivare a circa 17 centesimi.
Ma, se la scelta della termovalorizzazione spinta andrà avanti, il costo reale della termovalorizzazione, sempre a carico delle famiglie italiane, sarà ancora maggiore.
Pochi sanno che ogni volta che compriamo qualche cosa, paghiamo 7 centesimi per ogni chilo di imballaggio con cui è confezionato il nostro acquisto: contenitore in vetro, plastica, metallo, scatola di cartone, involucro in plastica, sacchetto.
Questa tassa va al Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI) e dovrebbe servire a coprire i costi per la raccolta e il riciclaggio degli stessi imballaggi.
Ma l’Italia ha i più bassi tassi di riciclaggio in Europa (circa il 20%), destinati a rimanere bassi, grazie alla “furbata” tutta italiana di far diventare, per legge, la termovalorizzazione una forma di riciclo.
Pertanto, la tassa pagata per il riciclo degli imballaggi non è, e non sarà utilizzata per gli scopi previsti se saranno costruiti tutti i termovalorizzatori che qualcuno vorrebbe (uno per ogni provincia) e questo potrebbe configurarsi come una colossale truffa a danno di tutti gli italiani.
In conclusione, un chilo di imballaggi termovalorizzato, conteggiando la futura tassa rifiuti (17 cent.), la tassa riciclo imballaggi (7 cent.) e il costo dei certificati verdi (9 cent.) costerà alle famiglie italiane circa 33 centesimi (639 lire).
La propaganda a favore dei termovalorizzatori cerca di sminuire il ruolo del riciclaggio come soluzione del problema rifiuti, insinuando l’idea (falsa) che sia una pratica molto costosa.
I materiali post consumo raccolti con tecniche che ne garantiscono la qualità richiesta dal mercato del riciclo, sono pagati dalle aziende che li utilizzano nei loro cicli produttivi, a cifre molto interessanti. Lo studio commissionato dalla Unione Europea fornisce qusti dati, basati su un’indagine realizzata in tutti i paesi dell’unione nel 2001: 945 euro per una tonnellata di alluminio, 610 euro per una tonnellata di polietilene, 475 euro per una tonnellata di carta d’ufficio.
E, ovviamente, tutto quello che è riciclato non deve essere smaltito e sommando il conseguente risparmio con il guadagno derivante dalla vendita dei materiali raccolti in modo differenziato si scopre che la raccolta differenziata di qualità e il riciclaggio costano meno della raccolta indifferenziate e la termovalorizzazione.
Qualcuno insinua che non esiste mercato per i materiali post consumo. E’ un’altra falsità: i cinesi stanno facendo incetta di plastica raccolta in modo differenziato sul mercato internazionale, compresa l’Italia, e pagano 350 euro a tonnellata, le bottiglie di PET che noi buttiamo via o termovalorizziamo a caro prezzo.
Queste stesse bottiglie, inviate in Cina, sono riciclate e ritornano nei nostri mercati sotto forma di prodotti a prezzi stracciati, mentre le industrie italiane, in mancanza di plastica post consumo, indispensabile per alimentare gli attuali e futuri termovalorizzatori, sono costrette ad usare plastiche vergini, più costose e con consumi energetici molto più elevati di quelli recuperati con la termovalorizazione.
PASSATO E FUTURO DEGLI INCENERITORI
PASSATO E FUTURO DEGLI INCENERITORI
Federico Valerio
Chi sostiene che gli inceneritori siano la risposta più diffusa nei paesi moderni, per risolvere il problema dello smaltimento dei rifiuti urbani, dovrebbe conoscere e meditare sullâesperienza degli Stati Uniti.
Anche nel campo dellâincenerimento dei rifiuti gli Stati Uniti sono stati dei precursori, come in molti altri settori.
Già alla fine degli anni Î30, circa 70 città americane utilizzavano impianti di incenerimento. Dopo la seconda guerra mondiale, lâuso di inceneritori aumentò, con la tendenza a realizzare impianti di maggiore capacità, tuttavia le tecnologie utilizzate, pur adeguate ai tempi, ponevano scarsa attenzione allâefficienza della combustione e alla riduzione dell’ emissioni inquinanti.
Alla fine degli anni Î70, gli inceneritori statunitensi adottavano sistemi “moderni” per lâabbattimento degli inquinanti (precipitatori elettrostatici, filtri a maniche) ma, contemporaneamente, studi più attenti dimostravano come le ceneri emesse da questi impianti contenessero quantità rilevanti di metalli tossici (piombo, cadmio, mercurio). Fu così necessario introdurre più efficienti impianti di abbattimento che, alzando i costi, rendevano meno vantaggioso, dal punto di visto economico, la costruzione di nuovi impianti. Questa situazione fu la causa di una progressiva chiusura di questo tipo di impianti: nel 1965 , negli Stati Uniti, erano operanti 289 inceneritori; circa dieci anni dopo , nel 1974, si potevano contare solo 114 impianti (1).
Nei quindici anni successivi la situazione non dava segni di miglioramento. Infatti, nel 1990, risultavano in funzione 140 inceneritori, con una capacità di incenerimento di 92.000 tonnellate di rifiuti al giorno. Tuttavia, tra il 1982 e il 1990, 248 progetti di inceneritori (con una capacità complessiva di trattamento pari a114.000 tonnellate al giorno) erano cancellati. E, se nel 1990 l’EPA prevedeva che nel 2000 gli Stati Uniti avrebbero incenerito il 26 % dei loro rifiuti, nel 1992 la stessa Agenzia abbassava la stima al 21 %. Nei fatti, il mercato degli inceneritori statunitensi mostrava andamenti anche peggiori delle previsioni; infatti, nel 1997, le statistiche verificavano che gli inceneritori avevano trattato solo il 16 % dei rifiuti prodotti in questo paese, a fronte del 35 % di rifiuti avviati al riciclaggio, tecnica di smaltimento in forte e costante crescita, come confermano i più aggiornati obiettivi fissati da numerosi stati federali: riciclare il 50% dei propri materiali post consumo, entro il 2000 (http://www.epa.gov/epaoswer/non-hw/muncpl/factbook/).
La spiegazione del perché gli USA abbiano relegato ad un ruolo marginale l’incenerimento dei rifiuti urbani é stata autorevolmente fornita dal “Wall Street Journal” che, in un articolo, comparso nell’ edizione del’ 11 Agosto del 1993, avvertiva i suoi lettori che l’uso degli inceneritori, per smaltire i rifiuti urbani, era un vero e proprio disastro economico per le amministrazioni pubbliche e per il contribuente.
Riportiamo una sintesi dell’articolo del più importate quotidiano finanziario internazionale:
”Gli organismi pubblici che hanno incoraggiato la costruzione di inceneritori hanno posto scarsa attenzione agli aspetti economici dell’incenerimento dei rifiuti. In sintesi, il bilancio economico di questo trattamento é terribile, in quanto costringe gli utenti ed i contribuenti a pagare migliaia di milioni di dollari all’anno in più , rispetto ai costi per il trattamento tradizionale dei rifiuti (la discarica, n.d.t.). Infatti, il costo medio del trattamento rifiuti, tramite incenerimento, è di 56 dollari a tonnellata, il doppio del costo medio del trattamento in discarica. Il problema é questo: nei primi anni ‘80, città e comuni statunitensi furono oggetto d’ una pesante campagna di informazione sulla mancanza di spazi per nuove discariche e sull’incenerimento quale unica soluzione a questa carenza. Forti di questa emergenza, le compagnie che gestivano inceneritori proponevano contratti in cui si costringevano i governi locali, per tutto il periodo d’ attività degli impianti (20 anni) o a garantire una quantità fissa di rifiuti da trattare nei loro impianti (a scapito del riciclaggio e di politiche finalizzate alla riduzione della produzione di rifiuti, n.d.t.), oppure a pagare costose penali.
La crisi dei rifiuti – affermava il Wall Street Journal- era più fittizia che reale, realizzata ad arte per agevolare in vari modi i produttori di inceneritori. Ad esempio, nella costruzione d’ impianti per la produzione di elettricità dai rifiuti, il settore pubblico s’ accolla i rischi finanziari dell’operazione, mentre le compagnie che forniscono e gestiscono gli impianti impongono alle municipalità norme contrattuali “capestro”, quali l’invio agli impianti di una costante quantità di rifiuti ad un prezzo prefissato (ovviamente rimunerativo per le aziende; n.d.t.).
Ma il futuro economico degli inceneritori -proseguiva il WSJ- potrebbe peggiorare, per i seguenti motivi:
1) le città stanno affrontando costi crescenti per adeguare i loro impianti di incenerimento alle più stringenti norme anti inquinamento. Gli inceneritori sono importanti fonti inquinanti. In sintesi, un inceneritore é un impianto che, pur trattando materiali relativamente innocui (i rifiuti urbani), produce, con la combustione, numerose sostanze tossiche.
I maggiori costi per rendere ecologicamente compatibili i vecchi inceneritori costringeranno i Comuni a raddoppiare le tasse sui rifiuti.
2) Le compagnie elettriche ostacolano una legge federale che, per favorire gli inceneritori, le obbliga a comprare l’elettricità prodotta dagli inceneritori a costi superiori a quelli di mercato. Mentre l’elettricità prodotta da petrolio e carbone costa da 1 a 3 centesimi a kilowattore, l’elettricità prodotta da un inceneritore é fatta pagare dai 6 a 11 centesimi di dollaro .
3) La Corte Suprema degli Stati Uniti deve decidere se le ceneri degli inceneritori sono, dal punto di vista legale, un rifiuto pericoloso. Non esiste dubbio sul fatto che le ceneri siano effettivamente rifiuti pericolosi, in quanto contengono grandi quantità di metalli tossici (piombo, cadmio, arsenico,..). Il problema é che, negli anni ottanta, per agevolare (ancora una volta: n.d.t.) la costruzione di inceneritori, molti Stati hanno dichiarato le ceneri degli inceneritori “legalmente” non pericolosi.
Questo accorgimento formale ha permesso un vantaggio economico a favore degli inceneritori, in quanto se le ceneri dell’inceneritore sono classificate come pericolose il loro smaltimento costerebbe dieci volte di più. Questo fatto costringerebbe gli inceneritori a triplicare le loro tariffe e questa circostanza significa nient’altro che la definitiva chiusura di molti altri inceneritori.
4) La Suprema Corte si deve pronunciare anche sulla costituzionalità di un’altra agevolazione a favore degli inceneritori, ovvero obbligare i Comuni ad inviare i loro rifiuti al costoso inceneritore locale, piuttosto che ad una più economica discarica fuori comune. Per ovviare alla possibile bocciatura di questa norma, alcune municipalità hanno trovato la soluzione: mantenere bassi i costi dell’ incenerimento, per attrarre clientela, ma raggiungere il bilancio aumentando altre tasse.
Per vincere la concorrenza delle più economiche discariche, gli inceneritoristi criticano l’ EPA (Agenzia per la Tutela dell’Ambiente) per il favore che questo organismo di controllo dimostra nei confronti delle discariche, ma il Direttore della divisione rifiuti urbani ed industriali dell’EPA, Bruce Weddle, a tal riguardo, ha categoricamente ed autorevolmente affermato: “Gli inquinanti che un inceneritore manda nell’aria creano problemi sanitari a molte più persone di quante siano danneggiate dai reflui liquidi prodotti dalle discariche.”
Sui tentativi di discredito nei confronti delle discariche é interessante l’azione della contea di La Crosse (Wisconsin) contro alcuni suoi consulenti. Costoro, per favorire la costruzione di un inceneritore, avevano “erroneamente” stimato che il volume dei rifiuti prodotti dalla contea fosse molto superiore alla capacità della discarica in uso, per cui, in base a queste loro stime, entro pochi anni non avrebbe potuto più ricevere rifiuti. Il giudice ha dato ragione all’amministrazione di La Crosse e costretto i consulenti “bugiardi” a pagare 2.6 milioni di dollari, come risarcimento danni.”
A distanza di alcuni anni, il copione usato negli Stati Uniti per tentare di imporre gli inceneritori ai cittadini americani, descritto nel citato articolo del W.S.J, é riproposto in modo quasi identico, in Italia.
Nel nostro paese, a partire dalla metà degli anni ‘90, é in atto una sistematica campagna diffamatoria contro le discariche, ritenute cause di tutti i mali, dall’effetto serra alle ecomafie. Gli inceneritori invece, ribattezzati con il più tranquillizzante termine di termovalorizzatori, sono diventati la panacea per eliminare il problema rifiuti, risparmiare energia e denaro, riqualificare il territorio, creare occupazione.
In realtà, anche nel nostro paese, gli inceneritori sono un disastro economico i cui costi di esercizio non riescono ad essere coperti dai ricavi della vendita della poca elettricità che riescono a produrre. Ad esempio, l’impianto da 800 tonnellate al giorno proposto per Genova con la vendita dell’ elettricità avrebbe ricavato solo 16 miliardi di lire all’anno a fronte di un costo di 23 miliardi necessari per la gestione ordinaria di questo impianto.
Inoltre, il problema delle ceneri é tutt’altro che risolto se il modernissimo e sponsorizzatissimo inceneritore di Brescia deve inviare le sue ceneri “volanti” nelle miniere di salgemma tedesche, unico luogo sufficientemente sicuro, a fronte della loro tossicità (da Venerdì di Repubblica).
E anche in Italia, come negli Stati Uniti, il pareggio economico degli inceneritori può essere raggiunto facendo pagare al contribuente 900 lire a chilowattora l’elettricità prodotta con i rifiuti, a fronte delle 300 lire pagate per l’ elettricità prodotta con carbone e petrolio, insomma una tassa occulta sui rifiuti che non comparirebbe nei costi dell’incenerimento.
Ed é tutta italiana la giustificazione di questo regalo agli inceneritoristi: per legge, i rifiuti urbani diventano una fonte di energia rinnovabile anche se il migliore combustibile per gli inceneritori é la plastica che, anche i bambini sanno, si produce utilizzando una risorsa non rinnovabile quale il petrolio.
L’ unica vera differenza tra gli Stati Uniti e l’ Italia é una maggiore oggettiva difficoltà italiana (e più in generale europea) di trovare spazi idonei per le discariche.
Comunque, ricordiamo che gli inceneritori non risolvono affatto questo problema. Infatti, ogni inceneritore ha sempre bisogno di una discarica dove inviare le ceneri prodotte da questo impianto (pari al 30% in peso dei rifiuti inceneriti) e dove stoccare i rifiuti tal quali nei periodi in cui l’ inceneritore é inattivo per manutenzione ordinaria e straordinaria.
Per fronteggiare questo problema i paesi europei hanno adottato l’innovativa strategia di ridurre alla fonte la produzione di rifiuti, scelta, al momento trascurata dagli Stati Uniti.
In particolare, la Comunità Europea si é posto l’ obiettivo, entro il 2001, di ridurre del 50 % la generazione dei propri rifiuti da imballaggi (2).
Pur con qualche difficoltà, questo obiettivo sembra raggiungibile. Ad esempio, tra il 1991 e il 1998, la Svezia e la Germania hanno ridotto rispettivamente del 20 % e del 13,4 % la loro produzione di rifiuti da imballaggio, pur in una situazione di crescita economica e quindi di maggiori consumi.
In Italia, la strategia di ridurre la produzione di rifiuti stenta a decollare, nonostante la buona adesione di aziende al CONAI (Consorzio Nazionale Imballaggi), organismo che dovrebbe incentivare i produttori a ridurre la quantità di imballaggi (http://www.conai.org).
In questo campo c’é ancora molto da fare: una capillare e costante informazione al consumatore, l’introduzione obbligatoria del vuoto a rendere, la promozione del compostaggio domestico (http://www.village.it/italianostra/compostaggio/index.html), l’introduzione della tariffa che premia economicamente chi produce meno rifiuti.
A tal riguardo gli “amici” degli inceneritori enfatizzano gli alti costi della riduzione e del riciclaggio dei rifiuti, in particolare quelli in plastica.
Tale problema esiste, tuttavia, recentemente, l’ Eco Istituto di Darmstadt (3) ha confermato i grandi vantaggi ambientali (minore inquinamento, maggiore risparmio energetico, minore uso di risorse non rinnovabili) del riciclaggio della plastica rispetto al suo incenerimento, ma ha anche potuto verificare che i costi di queste due strategie per il trattamento dei rifiuti stanno convergendo. Attualmente in Germania la raccolta, la separazione e il riciclaggio di una tonnellata di contenitori di plastica di tipo diverso costa 2.100 marchi, a fronte di 1.080 marchi spesi se gli stessi rifiuti sono inceneriti. Tuttavia l’ Eco Istituto stima che entro il 2020 le due tecniche avranno lo steso costo (800 marchi per tonnellata). E, a parità di costi, i netti vantaggi ambientali del riciclaggio trasformeranno gli inceneritori in oggetti interessanti solo come esempi di archeologia industriale.
Peraltro, anche in Italia, il costo del riciclaggio della plastica sta diminuendo drasticamente. Da fonte COMIECO (http://www.comieco.org), nel 1996 il costo per il recupero di un chilogrammo di imballaggi in plastica era 2.194 lire, ma nel 2000 già bastavano 495 lire. E anche la raccolta differenziata dei materiali post consumo in plastica è in forte incremento: nel 1996, 225.000 tonnellate; nel 2000, 526.000 tonnellate, di cui 305.000 avviate al riciclo meccanico e 225.000 tonnellate incenerite.
Il fattore critico che tra alcuni anni provocherà il crollo dei costi del riciclaggio potrebbe essere l’introduzione di sistemi innovativi per la separazione automatica dei diversi tipi di rifiuto. Un impianto con queste caratteristiche, denominato SORTEC 3, in grado di dimezzare il costo del riciclaggio della plastica era in funzione all’esposizione EXPO 2000 ad Hannover, dove sono state preannunciati i progressi tecnologici del terzo millennio (4).
E’ significativo che nello stesso anno, a Sydney, il trattamento dei rifiuti prodotti dal grande villaggio costruito per i giochi olimpici si é basato solo su raccolta differenziata, riciclaggio e compostaggio, effettuati in un apposito centro di trattamento realizzato ai margini del Parco Olimpico, un mirabile esempio di cittadella dello sport realizzata seguendo le nuove regole della sostenibilità e del basso impatto ambientale.
Insomma, nonostante i numerosi ed agguerriti padrini nostrani, tutto fa prevedere che gli inceneritori non abbiano futuro.
BIBLIOGRAFIA
1) T. Randall Curlee e altri. Waste to Energy in the United States (Westport, Connecticut: Quorum Books, 1994) ISBN 0- 89930-844-9
2) Report from the Commission to the Council and the European Parliament, Interim Report according to Article 6.3 (a) of Directive 94/62/EC on packaging and packaging waste; Rep. 596,19/11/99; COM, European Commission: Brussels, Belgium,1999
3) Dehoust,G. et all.Vergleich der rohstofflichen und energetischen Verwertung von Verpackungskuntstofen; Okoinstitut:Darmstadt/Essen, Germany, Nov.1999.
4) SORTEchnology3.0, Duales System Deutschland AG; SYSTEC: Koln, Germany, Nov 1999. http://www.gruener-punkt.de
Inceneritori e cretinate
Dal Secolo XIX , quotidiano genovese, del 30 Settembre 2003:
“Presidente Momigliano, gli ambientalisti sostengono che i tedeschi, in fatto di limiti ed emissioni, hanno la manica molto larga. «Ma la sa una cosa? Un ingegnere, uno
studioso, mi ha detto che produce molta più diossina un caminetto comune, di quelli che si hanno in casa, in cucina o in salotto, piuttosto che un impianto come questo».”
Questa battuta, che potrebbe far parte di una nuova serie “Pubblicità-Progresso” a favore degli inceneritori, potrebbe essere intitolata: “Anche gli ingegneri dicono cretinate”.
Cosa studi l’ingegnere in questione non è dato sapere, ma sicuramente non ha letto l’articolo di Launhardt, dell’Università di Monaco che nel 1998, pubblica sul numero di Ottobre di Chemosphere (una delle più importanti riviste scientifiche di Chimica Ambientale) uno studio sulle emissioni di diossine da impianti di riscaldamento domestico.
Il risultato è che bruciando legna, in un metro cubo di fumi si ritrovano da 2 a 25 picogrammi di diossine.
Non è un risultato inaspettato, la diossina si forma in ogni processo di combustione, anche negli inceneritori dell’ultima generazione.
Ilproblema è che in un metro cubo di fumi prodotti da un moderno inceneritore che rispetta gli attuali limiti, le diossine sono presenti a valori pari a 100 picogrammi, da 50 a quattro volte di più di un caminetto.
Questi dati già mostrano che i fumi di un caminetto sono meno inquinati di quelli di un inceneritore.
Ma la cosa più importante, che l’ingegnere studioso si è dimenticato di dire al Presidente AMIU è che la quantità di fumi che emette l’inceneritore di Colonia è enormemente maggiore di quelli che emette un caminetto.
In 24 ore, la quantità di fumi prodotti da un inceneritore, simile a quello proposto per Genova (800 tonnellate al giorno di rifiuti) è di 5 milioni di metri cubi, con una produzione giornaliera di diossine, immesse nell’ambiente, pari a 500 milioni di picogrammi di diossine.
Un buon caminetto, tenuto acceso per 24 ore, non consuma più di 40 chili di legna, con una produzione di fumi pari a 280 metri cubi, il cui contenuto massimo di diossine è di 11.200 picogrammi.
In conclusione, un inceneritore dell’ultima generazione inquina circa 45.000 volte più di un caminetto che non funziona al meglio delle sue prestazioni.
Se la legna è di prima scelta e il caminetto è costruito per ottenere la massima efficienza termica e la minima produzione di incombusti (fumi), la quantità giornaliera di diossine che si possono produrre per riscaldare la casa, scende a 560 picogrammi. In queste condizioni ci vogliono circa 890.000 caminetti per produrre la stessa quantità di diossine di un termovalorizzatore.
E per finire, c’è il piccolo particolare che mentre un termovalorizzatore è in funzione per circa 350 giorni all’anno, un caminetto si tiene acceso per un massimo di 150 giorni.
Pertanto, su base annuale, ci voglio più di due milioni di buoni caminetti per produrre la stessa quantità di diossina prodotta nello stesso periodo da un termovalorizzatore.
Non è che ci potrebbero essere gli estremi per una denuncia al garante per pubblicità ingannevole.
F. Valerio
Italia Nostra
Arcipelago Napoli – La riunione di martedì 18 marzo.
care e cari,
ecco qua, anche se con un po’ di ritardo arriva il report della riunione del 18 scorso. Come al solito la riunione è stata lunga, partecipata dai presenti, con approfondimenti sui vari aspetti. Il tema era, come sapete, come proseguire dopo il buon risultato del Cantiere napoletano.Provando a schematizzare (cosa mai facile data la densità delle nostre riunioni) sono emerse le diverse proposte: Rafforzare il blog, provando a strutturarlo in più parti (appelli, promozione di iniziative; dibattito, ecc), considerandolo come uno degli strumenti più idonei per mantenere i contatti, per aggiornarcisulle nostre pratiche ei nostri pensieri, per dialogare e approfondire argomenti. Insomma per “quel non perderci di vista” a cui molti si rifacevano dopo il cantiere. Ma per non perderci di vista non basta il blog, e così dalla riunione dell’altra sera sono emerse anche delle altre proposte (forse non ancora definite nel dettaglio, e forse convincenti non allo stessomodo per tutti). Una considerazione che ci ha trovato d’accordo è che, va bene lavorare insieme, ma per farlo, così come è avvenuto per il cantiere di febbraio, è necessario essere organizzati e “finalizzati”, ad esempio, creando gruppi di lavoro, dandoci obiettivi concreti e anche qualche scadenza. Ed è necessario saper ricercare e trovare, su qualsiasi tema o questione di interesse, buone pratiche di realizzazione, che sappiano mettere in relazione analisi teorica ed empirica, studio ed esperienze concrete, specialismi, contestualizzazioni e generalizzazioni ecc… Bello a dirsi ma per farlo l’impegno necessario è forte e dunque siamo chiamati a pronunciarci con concretezza e dettaglio su quello che ciascuno può e vuole metterci di proprio. Per fare cosa ? Sul cosa le prime proposte sono: …continua…
Arcipelago Napoli – La riunione di martedì 18 marzo
care e cari,ecco qua, anche se con un po’ di ritardo arriva il report della riunione del 18 scorso.
Come al solito la riunione è stata lunga, partecipata dai presenti, con approfondimenti sui vari aspetti. Il tema era, come sapete, come proseguire dopo il buon risultato del Cantiere napoletano.Provando a schematizzare (cosa mai facile data la densità delle nostre riunioni) sono emerse le diverse proposte:
Rafforzare il blog, provando a strutturarlo in più parti (appelli, promozione di iniziative; dibattito, ecc), considerandolo come uno degli strumenti più idonei per mantenere i contatti, per aggiornarcisulle nostre pratiche ei nostri pensieri, per dialogare e approfondire argomenti. Insomma per “quel non perderci di vista” a cui molti si rifacevano dopo il cantiere.
Ma per non perderci di vista non basta il blog, e così dalla riunione dell’altra sera sono emerse anche delle altre proposte (forse non ancora definite nel dettaglio, e forse convincenti non allo stessomodo per tutti).
Una considerazione che ci ha trovato d’accordo è che, va bene lavorare insieme, ma per farlo, così come è avvenuto per il cantiere di febbraio, è necessario essere organizzati e “finalizzati”, ad esempio, creando gruppi di lavoro, dandoci obiettivi concreti e anche qualche scadenza. Ed è necessario saper ricercare e trovare, su qualsiasi tema o questione di interesse, buone pratiche di realizzazione, che sappiano mettere in relazione analisi teorica ed empirica, studio ed esperienze concrete, specialismi, contestualizzazioni e generalizzazioni ecc… Bello a dirsi ma per farlo l’impegno necessario è forte e dunque siamo chiamati a pronunciarci con concretezza e dettaglio su quello che ciascuno può e vuole metterci di proprio.
Per fare cosa ? Sul cosa le prime proposte sono:
continuare sulla pista Partecipazione, sia approfondendo il tema della legge di iniziativa popolare (sul modello toscano), sia, e forse soprattutto, analizzando i punti di forza e le criticità delle esperienze che a Napoli e in regione su questo lavorano e agiscono. Susi Veneziano si è impegnata a definire nel dettaglio una possibile proposta di lavoro e di attività;
un altro tema è stato quello della Conciliazione e delle reti basse (Giovanna D’Alfonzo si è impegnata a formulare una proposta di lavoro più definita), provando a lavorare per progetti sperimentali in contesti territoriali e, anche, all’interno della rete che si è costruita intorno al cantiere, su banche del tempo, gruppi di acquisto solidali, autoaiuto, car sharring, ecc) come forma di rafforzamento dei legami, di superamento dei corporativismi e di un idea di identità che si forma e si alimenta dall’annullamento di quella degli altri.
Su queste due prime proposte (ma se ne possono fare e accogliere altre), una volta preparate le schede introduttive sonderemo l’interesse di tutte e tutti e soprattutto raccoglieremo impegni e disponibilità concrete di lavoro, con una scheda di partecipazione al gruppo di lavoro da compilare e una agenda del gruppo per fissare incontri, tempistica e quant’altro.
Infine, ancora una volta abbiamo ribadito che il cantiere è un luogo/spazio liquido, che non si vuole sostituire alle esperienze presenti o invadere campi, ma piuttosto valorizzare, promuovere, far dialogare tali esperienze e le loro iniziative. Infine (almeno questa è una mia sensazione che può essere tranquillamente smentita), in qualche modo, in forme più o meno esplicite, con accenti differenti mi pare sia tornato e “aleggiato” il tema del rapporto tra il cantiere e la politica. Intendiamoci, non attorno alle elezioni, al voto o cose simili, ma rispetto al futuro, al deficit di democrazia che molti di noi sentono, al non riconoscersi nelle forme tradizionali della rappresentanza, al che fare per il futuro….una discussione del tutto aperta, che forse non ci sentiamo di affrontare davvero…
Per ora è tutto, come sempre sono graditi suggerimenti, aggiunte e proposte varie.
Andrea Morniroli
Crisi della politica e passione per la politica
Arcipelago Napoli – La riunione di martedì 18 marzo.
care e cari,
ecco qua, anche se con un po’ di ritardo arriva il report della riunione del 18 scorso. Come al solito la riunione è stata lunga, partecipata dai presenti, con approfondimenti sui vari aspetti. Il tema era, come sapete, come proseguire dopo il buon risultato del Cantiere napoletano.Provando a schematizzare (cosa mai facile data la densità delle nostre riunioni) sono emerse le diverse proposte: Rafforzare il blog, provando a strutturarlo in più parti (appelli, promozione di iniziative; dibattito, ecc), considerandolo come uno degli strumenti più idonei per mantenere i contatti, per aggiornarcisulle nostre pratiche ei nostri pensieri, per dialogare e approfondire argomenti. Insomma per “quel non perderci di vista” a cui molti si rifacevano dopo il cantiere. Ma per non perderci di vista non basta il blog, e così dalla riunione dell’altra sera sono emerse anche delle altre proposte (forse non ancora definite nel dettaglio, e forse convincenti non allo stessomodo per tutti). Una considerazione che ci ha trovato d’accordo è che, va bene lavorare insieme, ma per farlo, così come è avvenuto per il cantiere di febbraio, è necessario essere organizzati e “finalizzati”, ad esempio, creando gruppi di lavoro, dandoci obiettivi concreti e anche qualche scadenza. Ed è necessario saper ricercare e trovare, su qualsiasi tema o questione di interesse, buone pratiche di realizzazione, che sappiano mettere in relazione analisi teorica ed empirica, studio ed esperienze concrete, specialismi, contestualizzazioni e generalizzazioni ecc… Bello a dirsi ma per farlo l’impegno necessario è forte e dunque siamo chiamati a pronunciarci con concretezza e dettaglio su quello che ciascuno può e vuole metterci di proprio. Per fare cosa ? Sul cosa le prime proposte sono: …continua…
Welfare municipale. Politiche di cittadinanza e contrasto alla povertà tra problemi e opportunità
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Comune di Giugliano di Napoli |
Azienda Sanitaria Napoli 2 |
Comune di Marano di Napoli |
Distretto sociale Napoli 2
promuove il seminario di confronto e approfondimento
WELFARE MUNICIPALE
politiche di cittadinanza e contrasto alla povertà
tra problemi e opportunità
MARANO DI NAPOLI
9 – 10 Aprile 2008
PROGRAMMA PROVVISORIO
Mercoledì 9 aprile
Mattinata
9.30 – Apertura dei Lavori in Plenaria
Presiede e coordina: Dott. Mario Mele – Assessore alle Politiche Sociali del Comune di Marano
Saluti:
Dott. Salvatore Perrotta – Sindaco di Marano
Dott. Raffaele Ateniese – Direttore Asl Na2
Interventi Introduttivi:
La Programmazione di Welfare nel Distretto Napoli 2
Andrea Morniroli (Consultente Politiche Sociali del Comune di Giugliano)
L’integrazione socio-sanitaria
Dott.ssa Silvana Petri (Responsabile Coordinamento socio-sanitario Asl Napoli 2)
La Concertazione come risorsa indispensabile per la programmazione sociale
Dott.ssa Serena Sorrentino – Segreteria CGIL Napoli.
Relazioni:
1) La Legge 328 e i piani di zona: tra rischi di deriva e opportunità di cittadinanza – Dott.ssa Raffaella Palladino – Cooperativa Sociale EVA
2) Politiche Sociali e Politiche attive del lavoro: superare il disagio costruendo emancipazione Marco Musella (Docente di economia Università Federico II di Napoli)
3) Fare welfare lavorando insieme: quale integrazione pubblico privato sociale – Pier Paolo Inserra – Associazione Parsec Roma
Dibattito e possibili interventi programmati
13.30 – Conclusione dei Lavori in plenaria
Giovedì 10 Aprile 2008
9.30 – 13.30 – Gruppi di Lavoro
Gruppo 1
La Legge 328 e i piani di zona: tra rischi di deriva e opportunità di cittadinanza
Conduttore: Dott. Gaspare Natale (Dirigente Settore Politiche Sociale Regione Campania)
Rapporteur: Giacomo Smarrazzo – responsabile Campania Legacoop sociale
Gruppo 2
Politiche Sociali e Politiche attive del lavoro: superare il disagio costruendo emancipazione Conduttore: Dott. Ivo Grillo (Dirigente Settore
Rapporteur: Susi Veneziano (Agenzia Regionale del Lavoro Regione Campania)
Gruppo 3
Fare welfare lavorando insieme: quale integrazione pubblico privato sociale
Conduttore: Maria Pia Russo (Responsabile del Servizio Politiche Sociali del Comune di Marano)
Rapporteur: Sergio D’Angelo (Presidente Consorzio Gesco)
13.30 – 15.00 – Pausa Pranzo
15.00 – Ripresa dei Lavori in Plenaria
Coordina e presiede: Arch. Francesco Tagliatatela (Sindaco Comune di Giugliano)
15.00 – 15.40 Relazioni gruppi di lavoro
15.45 – Conclusioni
17.30 – 18 conclusioni
Prof.ssa Alfonsina De Felice – Assessora alle Politiche Sociali Regione Campania
